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Il Vangelo di Matteo

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  1. I nostri quattro Vangeli sono stati costruiti, per così dire, con due tipi di materiale letterario: materiale narrativo (l’insieme delle notizie riguardanti le azioni compiute o patite da Gesù e dagli altri personaggi legati alla sua storia, gli itinerari della sua predicazione ecc.) e materiale didattico o discorsivo (enunciazione di verità da credere o di norme da praticare, fatta mediante brevi sentenze, assiomi, raccomandazioni ecc., oppure mediante elaborazioni organiche e coerenti assumenti la forma di “veri e propri discorsi).

Nel Vangelo di Matteo, come negli altri tre, tutto il racconto è punteggiato da insegnamenti brevi posti sulla bocca di Gesù. Ma una particolarità di questo Vangelo è che, in esso, cinque discorsi occupano un posto di particolare rilievo, al punto che da alcuni si è pensato che siano essi a determinare l’intera sua struttura letteraria. Si è pensato così che l’evangelista abbia strutturato il suo Vangelo in sette parti. La prima parte, in funzione di prologo, sarebbe costituita dai cc. 1 e 2, (dedicati al Vangelo dell’infanzia. La settima parte, in funzione di epilogo, abbraccerebbe i cc. 26-28, dedicati al racconto della passione e risurrezione di Gesù. Il centro del Vangelo (dal c. 3 al c. 25) conterrebbe cinque parti, ognuna di esse costituita da una sezione narrativa e da un discorso. Elemento dominante di ognuna di queste cinque parti sarebbe il discorso.

Questo modo di presentare la struttura del nostro Vangelo non ci soddisfa, soprattutto perché è del tutto fuorviante pensare che l’evangelista abbia potuto considerare il racconto della passione e risurrezione di Gesù come un epilogo. Chiaramente, per Matteo, così come per gli altri evangelisti, quel racconto costituisce il vertice ossia il culmine di tutto il libretto.

Nel numero precedente di questo periodico, noi già abbiamo detto che la struttura letteraria del Vangelo di Matteo non è semplice, ma piuttosto complicata, perché conserva le tracce del modello a cui si è ispirato: il Vangelo di Marco. Tuttavia, non c’è dubbio che i cinque discorsi, in questo Vangelo, si impongono all’attenzione. Per mezzo di essi l'evangelista ha voluto presentarci Gesù come il nostro Maestro unico e in essi ha saputo riassumerne l’insegnamento. Ne consegue che non si conoscerebbe davvero il Vangelo di Matteo se non si conoscessero bene i suoi cinque discorsi.

Ci dedichiamo dunque a passarli rapidamente in rassegna.

2. Il primo discorso, quello detto della montagna, riempie i cc. 5-7 e, oltre ad essere il più lungo dei cinque, sembra essere il meglio elaborato, al punto da essere generalmente considerato un vero capolavoro della letteratura religiosa universale. La prima cosa di cui ci si deve rendere conto è che questo discorso (e ciò vale anche per gli altri quattro) non è la registrazione di un’unica e compatta istruzione impartita da Gesù sopra un unico argomento o sopra una serie di argomenti ben concatenati tra loro. È invece certamente una raccolta, fatta dall' evangelista Matteo, di insegnamenti e istruzioni su svariati argomenti, che, nelle prime comunità cristiane si tramandavano come provenienti dal Signore Gesù.  Poichè una parte di questo discorso si trova anche nel Vangelo di Luca (Lc 6,17-49), gli esegeti ritengono che Luca e Matteo hanno utilizzato ambedue un documento scritto che con­teneva già riuniti alcuni insegnamenti di Gesù. Partendo da questo documento, con rielaborazioni e con l’aggiunta di altri detti e insegnamenti autentici di Gesù tramandati dalle varie comunità cristiane, ognuno dei due evangelisti fece la sua compilazione, sotto forma di un discorso continuo (più breve Luca, più esteso Matteo). L’introduzione del discorso merita la massima attenzione. In essa è detto: “Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo” (Mt 5,1-2). Nessuna di queste parole è posta lì a caso: sono tutte cariche di significato teologico. La frase “Gesù salì sulla montagna" l’evangelista l’ha formulata per indurci a pensare a Mosè sul monte Sinai (Es 19,3ss), dove Dio gli espresse la volontà di fare degli Ebrei “un regno di sacerdoti, una nazione santa”, dando loro, per suo mezzo, i suoi comandamenti. Dicendo “la montagna” (in greco, con l'articolo), l’evangelista dà una individuazione teologica e non geografica del luogo,di cui si parla. La descrizione di Gesù che si mette a sedere, mentre i suoi discepoli si dispongono attorno a lui, vuole indicare in Gesù un Maestro ben superiore a Mosè, come ci è confermato in 7,29, dove si dice che “egli ...insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi”. In tal modo, fin dal primo versetto l'evangelista ci fa capire: che questo discorso vuole stabilire i principi fondamentali del nuovo popolo di Dio; che il Maestro di questi princìpi, superiore a Mosè (che era un semplice mediatore), è Gesù; che i princìpi nuovi, autorevolmente comunicati da Gesù dovranno arrivare alle folle di tutto il mondo per mezzo dei suoi discepoli, come sarà detto in 28,19-20: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni ...Ecco, io sarò con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo”.

Poiché il discorso non raccoglie una unica allocuzione pronunziata dal Signore in una precisa circostanza, ma raccoglie tanti suoi insegnamenti, pronunziati in diverse occasioni e su argomenti diversi, è molto importante saper distinguere le diverse unità qui accostate. Ciò fatto, può essere utile vedere se l’evangelista ha pensato ad alcuni loro raggruppamenti, intorno a temi omogenei. Crediamo possibile che, nel nostro discorso, si possano distinguere questi sette raggruppamenti: a) il proclama che annuncia a chi appartiene il regno dei cieli (5,3:12: le beatitudini); b) il còmpito dei discepoli, annunziatori di questo proclama (5,13-16);  c) l’enunciazione del principio che la Legge deve essere perfezionata e portata a compimento, non già messa da parte o sostituita (5,17-48); d) applicazione del proclama suddetto al campo della pietà rinnovata (6,1-18); e) vari esempi applicativi del nuovo programma di vita (6,13-7,23); f) sintesi riassuntiva del discorso, espressa nella parabola della casa da costruire sulla roccia (7,28-29); g) frase conclusiva dell'evangelista(7,28-29).

3.
Il secondo discorso, come tutti gli altri che seguono, prende la sua denominazione non già dal luogo in cui è ambientato, ma dai temi che tratta. Si chiama dunque discorso di missione e va da 10,1 a 11,1. Ad aprire lo spazio per questo discorso, nell'attività di Gesù, servono i versi 36-38 del c. 9: “Vedendo” le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! .Pregate il padrone della messe perché mandi Operai nella sua messe!” . Distinguendo gli argomenti sviluppati nel discorso, esso ci sembra composto di sei unità: a) la scelta dei Dodici (10,1-4); b) il mandato missionario (10,5-15); c) avviso sulle persecuzioni (10,16-25); d) invito a non avere paura (10,26-33); e) difficoltà del discepolato (10,34-39); f) gli effetti dell’accoglienza (10,40-42). L’intero contenuto di questo discorso è certamente il risultato di un assemblaggio di pensieri legati all’idea di missione, che la tradizione delle comunità cristiane primitive derivava da Gesù e che l'evangelista Matteo pensiamo abbia trovato già riuniti in due o più raccolte. Questo ci sembra provato, tra l’altro, dal fatto che il materiale del c. 10 di Matteo lo troviamo anche (a blocchi o a pezzettini): in Mc 3,13-19 e in Lc 6,12-16 (elenco dei 12); in Mc 6,7-11, in Lc 9,1-5 e in Lc 10,1-12 (raccomandazioni sul comportamento dei missionari); in altri luoghi di Marco e di Luca.
 
4.
Il terzo discorso è detto di solito delle parabole e si trova in 13,3-53. Qui bisogna subito precisare che questo discorso raccoglie solo sette parabole (assai diverse per estensione), più un detto parabolico conclusivo (v.52). All’incirca altre 13 parabole sono disseminate nel resto del Vangelo, tre delle quali sono raggruppate da 21,28 a 22,14 e ben sei stanno nella seconda parte del discorso esca­tologico, nei cc. 24 e 25. Con le sette parabole raccolte nel c. 13, l’evangelista sembra abbia voluto chiarire ai suoi lettori due problemi sui quali si interrogavano le comunità primitive: a) come mai erano stati così pochi i Giudei che avevano accolto Gesù e il suo Vangelo?; b) inoltre, perché mai, in quelli stessi che accoglievano il Vangelo (cioè nei Cristiani), esso non aveva pari fecondità, ma produceva frutti diversi? La prima delle sette
parabole, quella tradizionalmente detta del seminatore, ci sembra che imposti il primo problema nel testo della parabola vera e propria (vv. 3-9) e il secondo nella spiegazione a1legorica di essa (vv. 18-23). A proposito delle spiegazioni allegoriche di questa parabola e di quella della zizzania, comunemente gli esegeti, ritengono che esse solo genericamente e remotamente derivino dalle parole di Gesù, essendo state elaborate all’interno della comunità cristiana.
 
5. Il quarto discorso, detto di solito discorso comunitario, è racchiuso nel c. 18. Esso sembra abbia voluto raccogliere, quasi in forma antologica, diversi insegnamenti di Gesù orientati verso il tema della vita comunitaria dei credenti in lui. Ci richiama alla memoria un manoscritto della prima grotta di Qumràn, intitolato, in italiano: Regola della comunità o Manuale di disciplina. Destinatari diretti del discorso sono i discepoli, non le folle. Ma non si occupa della loro posizione gerarchica nella comunità, bensì della loro responsabilità in essa. Il suo contenuto riguarda tutti i seguaci del Vangelo. Motivo del discorso sono due domande rivolte a Gesù: la prima è fatta dai discepoli e chiede chi sia il più grande nel regno dei cieli (v. 1); la seconda è fatta da Pietro e chiede quante volte si deve perdonare al fratello che pecca (v.21).

NB. Tra il quarto e il quinto discorso, il capitolo 23 si presenta come una anomalia.Esso infatti contiene qualcosa che pare si debba definire un altro discorso. Differisce però dai cinque discorsi che stiamo analizzando: perché ha una struttura davvero unitaria e non antologica (come è quella dei cinque discorsi); perché manca della caratteristica frase conclusiva che c’è in tutti gli altri. In verità il c. 23, piuttosto che un discorso sembra si debba definire una vera e propria diatriba, posta a conclusione delle controversie di 22,15,46.


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. Il quinto dei cinque discorsi è detto universalmente discorso escatologico, cioè delle ultime cose (in greco: gli èscata). Esso è posto opportunamente subito prima del racconto della passione e morte del Signore, per far sapere a quelli che lo vogliono seguire che l’intera storia del mondo si concluderà col trionfo finale di Cristo e dei suoi seguaci. Suoi destinatari esclusivi sono i discepoli di Gesù. In esso si possono distinguere: una breve sezione introduttiva; due sezioni principali; una sezione conclusiva.

a) Nella sezione introduttiva (24,1-3), è detto quale fu l’occasione del discorso: ai discepoli che esprimevano ammirazione per la grandiosa distruzione del Tempio erodiano (v. 1), Gesù rispose annunziando la futura totale distruzione di quell’edificio (v. 2). Sbalorditi da quella predizione, i discepoli (essendo convinti che la distruzione del Tempio doveva coincidere con la fine del mondo e con la seconda venuta trionfale del Messia) rivolsero al loro Maestro tre domande: quando avverrà la di­struzione del Tempio? quale sarà il segno della venuta trionfale di Gesù? quale sarà il segno della fi­ne del mondo? (v. 3).

b) Nella prima delle due sezioni principali (24,4-36), Gesù comincia a delineare il quadro della fine del mondo, utilizzando le risorse dello stile apocalittico; accenna alla grande tribolazione finale; mette in guardia contro falsi Messia e falsi profeti; descrive l’apparizione del Figlio dell’uomo trionfante, motivo di sgomento per quelli che lo hanno rifiutato e di tripudio per i suoi “eletti”; rispondendo alla domanda circa il tempo in cui tutto questo accadrà, Gesù si limita a dire che nessuno conosce, ma incombe su tutti, potendo accadere in qualsiasi momento.

c) Nella seconda delle due sezioni principali (24,37-25,30), c'è una lunga esortazione alla vigilanza: viene evocato il diluvio, quando solo alcuni furono salvati nell’arca (24,37-41); l’esortazione viene sostenuta con l’aiuto della parabola del padrone di casa e del ladro (24,42-44), della parabola del servo malvagio che il padrone punirà (24,45-51), della parabola delle vergini chiamate a far luce nel corteo nuziale ( 25,1-13) e della  parabola dei talenti (25,14-30).

d) Nella sezione conclusiva (25,31-46), il discorso escatologico si chiude con un brano che può definirsi dialogo di giudizio, di stile apocalittico col quale viene assicurato che i giusti parteciperanno al regno di Dio instaurato dal Messia trionfante.   

Don Alfonso Sidoti