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Indulgenze
da lucrare al Santuario
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Volti
luminosi
della speranza
nella
storia
della
Chiesa
L'Enciclica
Spe salvi di
Benedetto XVI può
essere definita un affresco di storia della
speranza cristiana: il Pontefice, infatti,
come già nelle Udienze generali del mercoledì,
ci offre una rassegna di esempi di quelli
che possiamo chiamare i volti della speranza.
Si tratta di figure antiche e moderne, che percorrono
tutto il testo e i cui profili sono sapientemente tessuti
insieme dal filo della speranza.
In un percorso che dalla primitiva predicazione
del messaggio di Cristo, attraverso i
richiami ai Padri della Chiesa e al Medioevo, giunge
fino all’età moderna, il Papa intende mostrarci che
la speranza cristiana è realizzabile. Gli esempi
d’altronde trascinano e giovano a rendere concreto
il messaggio sulla speranza. Nel cristianesimo, infatti,
è fondante la dimensione della testimonianza ed
essenziale l’atteggiamento di imitazione:
«… nelle prove veramente gravi … la certezza della
vera, grande speranza diventa necessaria. Anche per questo abbiamo bisogno
di testimoni, di martiri, che
si sono donati totalmente, per farcelo da loro dimostrare – giorno
dopo giorno. Ne abbiamo bisogno per preferire, anche nelle piccole alternative
della quotidianità, il bene
alla comodità – sapendo che proprio così viviamo veramente la
vita. Diciamolo ancora una volta: la capacità di soffrire per amore della
verità è misura di
umanità. Questa capacità di soffrire, tuttavia, dipende dal genere e dalla
misura della speranza
che portiamo dentro di noi e sulla quale costruiamo. I santi poterono percorrere
il grande cammino dell’essere-uomo
nel modo in cui Cristo lo ha percorso prima di
noi, perché erano ricolmi della grande speranza» (n. 39).
È evidente che Benedetto XVI invita a guardare ai santi, e soprattutto ai
martiri, come alle
persone veramente realizzate, perché hanno imitato Cristo nel suo supremo atto
d’amore e hanno saputo
resistere con perseveranza di fronte alle prove della vita, animati dalla
Sua vera speranza. Proprio per questo, concludendo l’Enciclica, presenta i
santi come luci di speranza,
che brillano riflettendo la luce di Cristo e permettendo così di
compiere felicemente la traversata della vita: «La
vita umana è un cammino. Verso quale meta? Come ne troviamo la strada? La
vita è come un viaggio sul
mare della storia, spesso oscuro ed in burrasca, un viaggio nel
quale scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta. Le vere stelle della nostra
vita sono le persone
che hanno saputo vivere rettamente. Esse sono luci di speranza. Certo, Gesù
Cristo è la luce per
antonomasia. Il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere
fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce
traendola dalla sua luce ed
offrono così orientamento per la nostra traversata» (n. 49).
NELLA STORIA DELLA CHIESA I
SANTI HANNO ESPRESSO
LA COSCIENZA COMUNITARIA
DELLA SPERANZA
I santi sono figli della Chiesa, ne esprimono il volto sempre giovane, ne
indicano l’essenza
più vera e profonda. La loro testimonianza è tanto più importante, in quanto
è espressione della
perenne vitalità del Vangelo, custodito e
trasmesso dalla comunità cristiana come forza
capace di trasformare la società di ogni epoca.
Benedetto XVI lascia intendere
che, guardando all’esempio e
all’impegno di vita dei veri credenti, si può
comprendere che “la speranza in senso cristiano è
sempre speranza anche per gli altri” (n. 34). Il ricorso ai
santi giova quindi a richiamare il valore comunitario della
speranza cristiana, che consiste sì in un
puro atto di fiducia in Dio, ma deve essere vissuta nella
prospettiva dell’amore del prossimo. Più
volte il Papa si chiede perché nella nostra spiritualità moderna
la speranza è stata intesa, invece, in senso
intimistico, personale, quasi che fosse in gioco solo
la salvezza della propria anima. Nella Chiesa delle
origini la speranza della vita vera riguardava l’intero
popolo dei redenti e non semplicemente i singoli.
Proprio riguardo al valore comunitario della preghiera,
il Papa afferma: «Da
cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come
posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci
anche: che cosa posso fare perché altri vengano
salvati e sorga anche per altri la stella della speranza?
Allora avrò fatto il massimo anche per la mia
salvezza personale» (n. 48). La
vera speranza trasforma gli animi e li rende capaci di superare ogni egoismo.
Per questo, secondo
Benedetto XVI, coloro che meglio incarnano il valore della speranza cristiana
sono i martiri e «i monaci
dell’antichità fino a Francesco d’Assisi e alle persone del nostro
tempo che … per amore di Cristo hanno lasciato tutto per portare agli uomini
la fede e l’amore di
Cristo, per aiutare le persone sofferenti nel corpo e nell’anima» (n. 8).
È la radicalità della sequela del Maestro umile, povero, crocifisso a fornire
una grande prova del
valore comunitario della speranza cristiana. A conferma di questo, Benedetto
XVI ricorda che persino nel
Medioevo, quando i monasteri apparivano come il luogo della
fuga dal mondo, in cui ci si sottraeva dalle responsabilità sociali e civili, S.
Bernardo di
Chiaravalle fondò
un Ordine monastico, in cui si insisteva sul ruolo indispensabile che
i contemplativi rivestono per la Chiesa e per il mondo e in cui il lavoro
manuale occupava una parte
importante della vita del chiostro (n. 15). Tracciando
le linee fondamentali del percorso della speranza all’interno della storia
della Chiesa, il Papa guarda
inoltre alla vita e all’opera di alcuni Padri, che furono allo stesso
tempo grandi pastori e uomini di fede. Si riferisce anzitutto a S. Ambrogio, il
vescovo di Milano che,
riflettendo sulla morte del fratello Satiro, ha lasciato un insegnamento duraturo
sul senso di questa vita terrena e sulla vita eterna (n. 10). Da questo grande
vescovo il pensiero corre quasi spontaneamente al suo ancor più grande
discepolo S. Agostino,
a cui Benedetto XVI fa più volte riferimento, attingendo alla sua dottrina
spirituale riguardo alla
nozione di beatitudine (n. 11) e al valore della preghiera intesa
come “l’esercizio del desiderio” (n. 33).
UN TESTIMONE PRIVILEGIATO
DELLA SPERANZA: S. AGOSTINO
Ai numeri 28-29, poi, il Papa tratta estesamente
della figura prediletta di S. Agostino,
rammentando che il grande Padre
della Chiesa, una volta convertito, si
era ritirato a vita contemplativa, fondando un
vero e proprio monastero con gli
amici che lo avevano seguito nelle sue
peripezie intellettuali e spirituali. Ma
una domenica, a Ippona, mentre partecipava
alla Messa, per volere del vescovo
Valerio, fu costretto ad accettare il
gravoso compito dell’ordinazione sacerdotale,
a cui sarebbe seguito di lì a poco
l’onere non minore del ministero episcopale.
Dopo aver descritto la giornata quotidiana
del presule Agostino, piena
di impegni e responsabilità, Benedetto XVI
tratteggia in questi termini la
sua autocoscienza di vescovo: «proprio
questa era l’intenzione di Agostino:
nella situazione difficile dell’impero romano,
che minacciava anche l’Africa
romana e, alla fine della vita di Agostino,
addirittura la distrusse, trasmettere speranza
– la speranza che gli veniva
dalla fede e che, in totale contrasto col
suo temperamento introverso, lo rese
capace di partecipare decisamente e con
tutte le forze all’edificazione della città»
(n. 29).
Per un uomo che aveva fatto una drammatica esperienza del peccato e che visse
nel contesto storico
della fine del mondo antico, è quasi naturale che il tema della speranza
rivesta una centralità
inedita all’interno del suo sistema teologico e della sua visione della
storia. Essa infatti colma l’abisso che separa la miseria dell’uomo
peccatore dalla grandezza
della misericordia di Dio, la sofferenza dell’uomo sulla terra dalla
condizione futura del
paradiso.
La speranza per Agostino nasce dalla grazia, cioè da Cristo, ed è la virtù
che aiuta l’uomo nel
suo cammino verso la patria del cielo, esprimendosi nella pazienza e nella
perseveranza, da cui deriva la
consolazione: «la Chiesa avanza nel suo pellegrinaggio in
questo mondo in questi giorni cattivi … fra le persecuzioni del mondo e le
consolazioni di Dio»
– scrive nella sua grandiosa opera La
Città di Dio (18,51).
In Agostino è forte la
tensione verso le realtà a venire, tanto da sentenziare: «Non siamo cristiani
se non per il secolo
venturo» (Esposizione
sul Salmo 91,1). Ma
rimane altrettanto vivo l’impegno
per edificare la città terrena dell’uomo. Non a caso, dunque, rammentato il
ruolo fondamentale svolto da
Agostino nella società del suo tempo, il Papa conclude: «In
virtù della sua speranza, Agostino si è prodigato per la gente semplice e per
la sua città – ha
rinunciato alla sua nobiltà spirituale e ha predicato e agito in modo semplice
per la gente semplice» (n.
29).
TESTIMONI MODERNI DI
SPERANZA
La Spe salvi non
fa riferimento solo al mondo antico, né solo ai grandi santi che hanno
impresso una forte impronta di sé nella storia della Chiesa. Il Papa presenta
anche dei testimoni
moderni e meno noti, che costituiscono il volto odierno della speranza. Nelle
prime pagine dell’Enciclica emerge la figura di S.
Giuseppina Bakhita posta
in parallelo a Onesimo,
ovvero il volto moderno e antico della schiavitù trasformata dalla fede
in Cristo e dall’amore vicendevole (nn. 3-4). Della nuova
condizione di Onesimo, una volta divenuto cristiano, sappiamo
dalla lettera che S. Paolo indirizzò al suo padrone Filemone,
anch’egli credente. La vicenda della giovane africana Bakhita,
canonizzata da Giovanni Paolo II il 1° ottobre del
2000, merita anch’essa particolare attenzione. Nata intorno
al 1869 nel Darfur, in Sudan, venduta come schiava soli nove anni e maltrattata
all’inverosimile, solo quando, giunta
a Venezia a seguito del suo nuovo padrone italiano, conobbe
la fede e capì che c’era un Dio che la amava fino al
sacrificio della croce, cominciò a nutrire speranza, nonostante tutto
quello che le era accaduto. Ricevuto il Battesimo, nel
1896 divenne monaca Canossiana, per fare della sua
vita una testimonianza di quest’incontro trasformante, che
l’aveva fatta passare dalla schiavitù alla libertà: «la
liberazione che aveva ricevuto mediante l’incontro con
il Dio di Gesù Cristo, sentiva di doverla estendere, doveva essere
donata anche ad altri, al maggior numero possibile di
persone. La speranza, che era nata per lei e l’aveva “redenta”,
non poteva tenerla per sé; questa speranza doveva raggiungere
molti, raggiungere tutti» (n. 3).
Nel testo dell’Enciclica spicca poi una figura di vescovo, molto più vicino a
noi nel empo: il
Cardinale François-Xavier
Nguyen Van Thuan,
che il Papa definisce proprio «un
testimone della speranza» (n. 32). Prima Vescovo di Nhatrang e poi Arcivescovo
coadiutore di Saigon in Viêt
Nam, all’avvento del regime
comunista fu imprigionato il 15
agosto 1975 e visse 13 anni di carcere, di cui 9 in isolamento. La sua figura
eccezionale viene in
mente a Benedetto XVI quando parla della preghiera come luogo di apprendimento
e di esercizio della speranza.
«Durante tredici anni di
carcere, in una situazione di
disperazione apparentemente totale, l’ascolto di Dio, il
poter parlargli, divenne per lui una crescente forza di speranza,
che dopo il suo rilascio gli consentì di diventare per
gli uomini in tutto il mondo un testimone della speranza
– di quella grande speranza che anche nelle notti
della solitudine non tramonta» (n. 32). Il
Card. Van Thuan sperimentò chiaramente che l’unica
forza è data dalla preghiera (n. 34), quella fiduciosa, che
non resta delusa neppure nei momenti di disperazione, come
durante il viaggio nella stiva di un barcone
dove erano stipati 1500 prigionieri disperati e affamati.
Fondamentale era per lui la devozione alla Madonna
e soprattutto l’Eucaristia, celebrata in condizioni proibitive
anche nel campo di rieducazione e di lavori
forzati. Rileggiamo la sua testimonianza al riguardo, per
capire qual’è la fonte da cui scaturisce e si alimenta la speranza: «Quando
fui arrestato, dovetti andarmene subito, a mani vuote. L’indomani … ho
scritto al mio destinatario:
“Per favore, mi mandi un po’ di vino, come medicina contro il
mal di stomaco”. I fedeli capiscono cosa significa; mi mandano una piccola
bottiglia di vino per
la Messa, con l’etichetta “medicina contro il mal di stomaco”, e delle
ostie celate in una
fiaccola contro l’umidità. […] Non potrò mai esprimere la mia grande
gioia: ogni giorno, con tre
gocce di vino e una goccia d’acqua nel palmo della mano, celebro la
mia Messa. Comunque dipendeva dalla situazione. […] Nel campo di rieducazione
siamo divisi in gruppi di 50
persone; dormiamo su un letto comune; ciascuno ha diritto
a 50 cm. Ci siamo arrangiati in modo che ci siano cinque cattolici con me. Alle
21,30 bisogna spegnere la luce
e tutti devono dormire. Mi curvo sul letto per celebrare la
Messa, a memoria, e distribuisco la comunione passando la mano sotto la
zanzariera. Fabbrichiamo
pacchettini con la carta dei pacchetti di sigarette, per conservare il
Santissimo Sacramento.
Gesù eucaristico è sempre con me nella tasca della camicia. […] Ogni
settimana ha luogo una sessione di indottrinamento, a cui deve partecipare tutto
il campo. Al momento
della pausa, con i miei compagni cattolici, approfittiamo per passare un
pacchettino a ciascuno degli altri quattro gruppi di prigionieri: tutti sanno
che Gesù è in mezzo a
loro, è lui che cura tutte le sofferenze fisiche e mentali. La notte, i
prigionieri si
alternano in turni di adorazione; Gesù eucaristico aiuta in modo tremendo
con la sua presenza
silenziosa. […] L’oscurità del carcere diventa luce» (Cinque
pani e due
pesci, Cinisello
Balsamo 2002, pp. 39-41). Queste
parole confermano che la forza dei testimoni della fede e la sorgente della vera
speranza è l’Eucaristia. A
proposito della speranza nella sofferenza, Benedetto XVI cita ancora
un lungo estratto di una lettera dalla prigione scritta dal martire vietnamita Paolo
Le-Bao –Thin,
ucciso nel 1857. Il Papa la definisce “una lettera dall’inferno”, in cui
“si palesa tutto l’orrore
di un campo di concentramento” (n. 37). È uno dei tanti esempi di martiri
moderni, che rendono credibile la speranza cristiana e degna di essere imitata.
Basterebbe ricordare
che all’inizio del cristianesimo, molti pagani si convertirono alla fede
vedendo lo “spettacolo” di
speranza costituito dal martirio di tanti inermi e innocenti. Si pensi
ancora ai cristiani che nel XX secolo hanno dato eroicamente la vita nei campi
di sterminio nazisti,
comunisti ecc., o a tutti coloro che, in vari contesti interreligiosi, hanno
subito la morte a causa della
fede.
MARIA STELLA DELLA
SPERANZA
La Spe salvi termina
guardando a Maria SS. stella
del mare, come la
Chiesa la saluta in un
antico «inno dell’VIII/IX secolo, quindi da più di mille anni» (n. 49). Si
tratta ben più che di
un richiamo o di una conclusione devota da parte di Benedetto XVI. La Madonna
appare difatti al Papa come
figura riassuntiva del cammino percorso in compagnia di
tanti testimoni; e se i santi sono per noi luci nel cammino della vita, Lei è
la stella della
speranza: «E
quale persona potrebbe più di Maria essere per noi stella di speranza – lei
che con il suo “sì”
aprì a Dio stesso la porta del nostro mondo; lei che diventò l’Arca dell’Alleanza,
in cui Dio si fece carne,
divenne uno di noi, piantò la sua tenda in mezzo a noi?»
(n. 49).
Tutta la vita della Madonna viene riletta dal S. Padre sotto l’angolatura
della speranza: Maria
è la vera figlia del popolo di Israele, che per la sua fede ha ricevuto ciò
che mai ad alcuna donna
era stato concesso:
dare alla luce «Colui
che era la speranza di Israele
e l’attesa del mondo». Maria
è divenuta così la madre
della speranza, perché è
la madre del Figlio di Dio fatto
uomo; attraverso di lei si
giunge dunque a Cristo e al
suo ingresso nel mondo: «Per
mezzo tuo, attraverso il
tuo “sì”, la speranza dei
millenni doveva diventare realtà,
entrare in questo mondo
e nella sua storia». Ma
la Vergine Santa è anche
madre della speranza, perché
ha saputo sperare fin sotto
la croce, quando il suo Figlio
subì il rifiuto e l’ostilità del
suo popolo, come già aveva
preannunciato il vecchio Simeone.
Il Calvario è veramente
il momento supremo della
vita di Maria, come di
quella di Gesù: lì ella
è divenuta nuovamente madre.
Il Papa lo mostra molto
bene, collegando quest’ora dell’esistenza
della Madonna con l’Annunciazione:
«Dalla croce ricevesti una
nuova missione. A partire
dalla croce diventasti madre in una maniera nuova: madre di tutti
coloro che vogliono credere nel tuo Figlio Gesù e seguirlo. […] In quell’ora,
probabilmente, nel tuo
intimo avrai ascoltato nuovamente la parola dell’angelo, con cui aveva
risposto al tuo timore nel momento dell’annunciazione: “Non temere, Maria!”
(Lc 1,30). […] Nell’ora di
Nazaret l’angelo ti aveva detto anche: “Il suo regno non avrà fine”
(Lc 1,33). Era forse finito prima di cominciare? No, presso la croce, in base
alla parola stessa di
Gesù, tu eri diventata madre dei credenti» (n. 50). Maria,
infine, è la stella della speranza, perché ha creduto anche nell’ora oscura
del Sabato santo e, con
la certezza della vittoria del suo Figlio, ha saputo attendere il mattino
di Pasqua. Davvero «la
speranza non delude» (Rom
5,5) e permette di
affrontare anche le
notti più buie dell’esistenza.
CONCLUSIONE
Volendo trarre un bilancio dal percorso compiuto, notiamo che i modelli scelti
dal Papa Benedetto XVI
nella Spe salvi per
raffigurare i tratti della speranza, costituiscono un
singolare intreccio di grandi personalità e di umili figure, a dimostrazione
del fatto che Dio non
fa preferenza di persone. La speranza è davvero la “virtù piccina” (Ch.
Péguy) che rende piccoli i
grandi e innalza gli umili alle vette celesti.
Parafrasando un
pensiero di Georges Bernanos, secondo cui
i
poveri hanno il segreto della speranza,
si può concludere dicendo che la Vergine Maria, i santi e tutti coloro che,
imitando Cristo, vivono le beatitudini, posseggono il vero segreto della
speranza.
Don
Emanuele Di Santo

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