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a partire dalla Spe Salvi Nei sabati di Quaresima, la Direzione del Santuario, in collaborazione con le Sorelle Speranzine della Madonna del Tindari, ha organizzato un ciclo di Incontri di riflessione a commento dell’Enciclica “Spe salvi” di Benedetto XVI. A partire da questo numero, pubblichiamo i testi delle conferenze tenute da quattro Sacerdoti della Diocesi. 1. Introduzione L’argomento dell’enciclica Spe Salvi di Benedetto XVI è di ispirazione profondamente biblica: la speranza. Il termine greco equivalente – elpìs – è un’espressione cardine della Scrittura: nella versione greca dell’Antico Testamento ricorre circa 117 volte, invece, nel Nuovo Testamento appare in 53 occorrenze. Nonostante le molteplici sfumature, esso mantiene una nota costante: speranza è la fiducia nell’opera di Dio che procura all’uomo la gioia di sentirsi custodito da una sovrana bontà.L’enciclica Spe Salvi appare correlata a questo fondamentale livello di comprensione del termine elpìs, al quale fornisce un contributo originale. L’opera, infatti, enuclea sinteticamente il valore biblico della speranza e ne procura anche l’applicazione ad alcuni ambiti di vita. La trattazione più squisitamente biblica della speranza si trova nella prima parte dello scritto (nn. 1-3.4-9), ma l’intero documento attinge in tutte le sue sezioni alla fonte della Scrittura, cui si appoggia per le varie argomentazioni e in particolare nell’incipit; il Papa esordisce, infatti, con una frase tratta da Rm 8,24 che conferisce il nome al documento e ne segna la direzione fondamentale: Spe salvi facti sumus. Nella speranza siamo stati salvati. La dimensione biblica del documento è anche parzialmente individuabile nella frequenza delle citazioni scritturistiche contenute. Salvo errori, la frequenza totale delle citazioni esplicite della Bibbia ascende al numero di 59. Di queste, 9 provengono dall’Antico Testamento: Esodo (1x), 2Mac (1x) e Salmi (7x). Invece, il Nuovo Testamento è citato 50 volte. La metà delle occorrenze attinge all’epistolario paolino (25x); tutte le Lettere dell’Apostolo figurano nel testo, ad eccezione di 2Ts e Tt; le citazioni rimanenti (25) si riferiscono ad Eb (7x), 1Pt (1x), 1Gv (1x) ed At (1x). Dei Vangeli si cita solo Giovanni (10x) e Lc (11x). Quest’ultimo quasi esclusivamente in conclusione (n. 50) nella preghiera alla Vergine Santa. Questi riferimenti numerici non danno da soli ragione della valenza biblica dello scritto né della dimensione biblica della speranza, tuttavia, sono indicativi di un indirizzo biblico e teologico seguito nel documento, che privilegia particolarmente la dottrina paolina sul senso della speranza e della vita eterna. Ora, tenendo conto di tali dati e della sezione in cui il Papa si occupa della speranza nel Nuovo Testamento e nella Chiesa primitiva (nn. 4-9), tentiamo di mettere a fuoco alcuni aspetti della speranza biblica a partire dall’enciclica, per cogliere la ricchezza di questa virtù teologale che, al pari di una trama narrativa, attraversa tutto il tessuto della Bibbia. L’argomento si può articolare in quattro tappe: la speranza nell’ordine sociale, nell’ordine cosmico, nell’ordine personale, nella vita presente. In ognuna di queste tappe il Papa procede mediante il ricorso esplicito ad un testo biblico e con un riferimento implicito ad un ulteriore passo della Scrittura. 2. La speranza e l’ordine sociale Dopo aver introdotto l’argomento (nn. 1-3), il Papa precisa al n. 4 il rilievo che la speranza assume in ordine alla relazione tra le persone: cosa trasforma la speranza cristiana all’interno del tessuto sociale, fra membri della stessa comunità umana? Il testo biblico esplicito è Fm 10-16, un passo della Lettera con cui Paolo esorta l’amico Filemone a riaccogliere lo schiavo Onesimo, una volta fuggitivo ma ormai battezzato e credente. Il padrone è sollecitato a riprendersi lo schiavo che ritorna come fratello nella fede. Il Battesimo ha modificato dall’interno la relazione fra queste due persone che socialmente continuano a mantenere i medesimi vincoli giuridici. La fede, così, pare lasciare intatte le strutture esterne, ma di fatto cambia la società dal di dentro e la apre alla dimensione della speranza che rende nuove e degne di essere vissute anche le coordinate umane e sociali più umilianti. Il riferimento biblico implicito è, invece, collegato alla crocifissione di Gesù. Contrapposto allo schiavo rivoluzionario Spartaco o ad altre figure storiche di riscatto sociale (Barabba e Bar-Kochba), il Crocifisso immette uno stile nuovo nell’ordine umano che consiste nell’incontro con il Dio vivente. Ampliando
questo riferimento evangelico del Pontefice,
si può riconoscere che la vera ragione della
speranza radicata in Gesù crocifisso è connessa alla
relazione nuova da Lui innestata sulla croce
con due tipologie di persone: da una parte i crocifissori
e gli accusatori e dall’altra il compagno di
supplizio. Gesù innova la relazione con tali persone e
crea per ciò stesso la possibilità di una vita autenticamente
aperta alla speranza. Coi primi Gesù
instaura una relazione di riconciliazione. Padre
perdona loro perché non sanno quello che fanno
(Lc 23,34). In questo caso
la speranza nasce dalla
misericordia divina che è effusa sui peccatori. L’uomo
può sperare perché Dio lo tratta da amico.Mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito (Rm 5,6). Dio crea ragione di speranza grazie al perdono. La sua misericordia non è effusa su chi l’accetta, l’ha richiesta o si è già convertito, ma è offerta a tutti, anche a quelli che non lo sanno, come i suoi crocifissori. La speranza è ancorata su un atto libero di Dio che manifesta le viscere della sua misericordia prima che l’uomo se ne renda conto o giunga a tale consapevolezza. L’altra misericordia che costituisce ragione di speranza, è legata alle parole di Gesù crocifisso rivolte al ladrone “buono”: in verità ti dico, oggi sarai con me in Paradiso (Lc 23,43). Anche qui è nascosta una realtà nuova: il male è assorbito dalla grazia, riversata su chi aveva vissuto unicamente violando la legge. L’uomo può sperare perché Dio lo ha raggiunto in extremis, non lo ha abbandonato in potere del peccato e in virtù della Sua morte ha modificato la stessa morte in esperienza piena, diretta e definitiva di misericordia. Il compagno di supplizio diventa fratello amato, il condannato diventa socio nell’ingresso in Paradiso, il malfattore è trasformato in figlio perduto e ritrovato, partecipe del trionfo della redenzione. La speranza, così, va di pari passo con la misericordia che cancella i peccati e modifica la relazione tra le persone, a cominciare da quella fra Dio e l’uomo. I rapporti non sono solo migliorati ma sublimati; l’ordine sociale non è modificato ma è sanato, qualificato e benché tutto resti esternamente invariato, dal di dentro Dio crea una situazione nuova. Questa conversione di rapporti è operata grazie all’iniziativa di Dio che cambia le condizioni più complesse in occasioni di riconciliazione e di pace. 3. La speranza e l’ordine cosmico Vivere la speranza significa intessere una relazione pacifica con l’ambiente e il cosmo in cui l’uomo vive. Al n. 4 il Papa precisa come la speranza sconfigga ogni schiavitù imposta dall’uomo all’uomo, al n. 5 afferma che la speranza scagiona l’uomo dalle sue schiavitù interiori. Una di queste è la paura del destino che crea asservimento a leggi superstiziose; si tratta del timore umano di essere succube delle forze della natura e del cosmo, prigioniero della casualità, della materia. Il testo esplicito cui il Papa ricorre è Col 2,8, ove Paolo distingue lo stile di vita del credente che vive secondo Cristo e quello del pagano soggetto agli elementi del cosmo. Invece, il riferimento indiretto è connesso all’episodio della visita dei Magi. Nel testo tale connessione è derivata dalla citazione di un passaggio di S. Gregorio Nazianzeno (Poemi dogmatici), il quale afferma che quando i Magi giunsero dal bambino Gesù, si pervenne anche all’estinzione naturale dell’astrologia perché “ormai le stelle girano secondo l’orbita determinata da Cristo”. È il testo di Mt 2,1-12 a presentare il celebre racconto della visita dei Magi dalla cui trama narrativa si sprigiona un’ulteriore caratteristica della speranza cristiana. Essa può delinearsi in tre aspetti connessi ai momenti fondamentali del cammino dei Tre Sapienti. Il primo è concentrato sull’elemento del viaggio.
I Magi lasciano il loro paese e
seguono la stella; affidandosi
ad un segno, s’incamminano nella
ricerca, senza essere del tutto
a conoscenza circa il cammino da
compiere, la lunghezza del
percorso, le difficoltà da
superare. Loro unica ragione è la
fiducia che esiste una mèta, anche
se ancora ignorata o confusa. Sperare
significa incamminarsi coraggiosamente verso
un traguardo che può apparire lontano,
oscuro, ma che sollecita ad abbandonare e
camminare. Spera chi si muove; la speranza è un’energia
che attiva la volontà ed esclude ogni inerzia
e scoramento. Il cammino dei Magi è un incedere aperto
alla speranza di un incontro e richiama, per
un verso, l’avventura di fede di Abramo.In Gen 12,1ss. egli è interpellato anzitutto a sperare in Dio che lo chiama alla comunione con Lui nella forma dell’alleanza. Mettendosi in cammino egli sperimenta che ormai è Dio la sua nuova patria. Per un altro verso, l’avventura dei Magi richiama le parole di Gesù in ordine alla sequela: chi mette mano all’aratro e si volge indietro non è adatto per il regno dei cieli. La speranza permette all’uomo di poter corrispondere a Dio con la vita, di sottomettersi alla Sua volontà, svincolandosi da una concezione dell’esistenza sottoposta al caso, soggiogata dalla paura del fortuito. Un secondo aspetto è costituito dall’incontro con Erode cui i Magi si accostano per ricevere delucidazioni sul Messia. Emerge, così, la centralità della Scrittura. Usciti dalla loro terra e guidati unicamente dalla stella, ora si lasciano guidare dalla Rivelazione di Dio. Non è sufficiente, infatti, camminare, occorre essere guidati nel cammino da una guida sicura. La speranza assume a questo punto i connotati dell’obbedienza. I Magi accettano la luce che proviene dalla Parola del Signore. Speranza e obbedienza alla Parola procedono di pari passo o, meglio, speranza e fede nuovamente coincidono come afferma il Papa ai nn. 1-3. La speranza non è costituita da uno spontaneo anelito verso la felicità ma è radicata sulla parola sicura di una Persona affidabile. Nella Bibbia tale dimensione è particolarmente sottolineata nelle preghiere dei salmisti: affidarsi a Dio significa abbandonarsi a Lui come un bambino nelle braccia della madre (Sal 131), perché Dio, come una madre, non inganna. Tuttavia, per i Magi la consultazione della Scrittura ha comportato anche l’inganno di Erode. Per raggiungere il Messia hanno attraversato la prova dell’inaffidabilità dell’uomo. Anche in questo ambito risplende la luce della speranza. Malgrado il terreno infido del cuore del sovrano, essi hanno continuato a sperare senza temere la prova. Hanno conservato la rotta e raggiunto il Signore. Questa caratteristica della loro vicenda imprime una nota di qualità. Se la speranza cammina con la fede e si accompagna all’obbedienza, non può fare a meno della perseveranza. Lo stesso Apostolo in Rm 8,25, nel passaggio immediatamente successivo a quello che il Papa ha adoperato come titolo del suo scritto, congiunge la speranza alla virtù della perseveranza: attendiamo con perseveranza ciò che ancora non vediamo. La perseveranza è la maniera concreta di mantenere la fede, di rimanere ancorati alla verità, di non lasciarsi sballottare da ogni vento contrario. Nel suo senso etimologico greco indica, del resto, la capacità di resistere all’urto, di rimanere sotto un baluardo, di restare saldi. La speranza unita alla perseveranza diventa solidità e forza nella prova. La terza dimensione nell’avventura dei Magi è costituita dall’incontro con Cristo. Lasciata la patria, con la guida della stella e della Scrittura, superata la prova, finalmente giungono a Cristo. Il loro viaggio raggiunge lo scopo e diventa itinerario di vita, infatti, non si conclude ma si estende nella ripresa del cammino verso il loro paese. Nell’incontro con il Signore, però, è disvelato il valore della speranza che ha sostenuto i loro passi. Da questo incontro si sprigiona la gioia, infatti, si prostrano e offrono i loro doni preziosi, cioè consegnano la loro vita, la parte migliore di sé. Qui la gioia consiste nell’aver sperimentato che la Parola di Dio era vera, che è valsa la pena mettersi in viaggio per scoprire che l’esistenza ruota non più attorno alla scrutazione delle stelle, ma nell’adorazione di una Persona, umile, piccola, innocua ma che, nondimeno, ha condizionato la loro esistenza, i loro giorni e le loro decisioni. Il cosmo allora non è abitato dal nulla, Dio non è lontano, l’uomo non è abbandonato al caso. Nel volto di quel Bambino è svelata la radice del mondo e la ragione della vita, per questo Gesù potrà pretendere di affermare: senza di me non potete fare nulla (Gv 15,5). 4. La speranza e l’ordine personale La speranza non imprime solo un senso nuovo alle relazioni sociali da cui è bandita la schiavitù, alla vita umana nel cosmo sottratta alla casualità, ma all’esistenza dell’uomo determinata dalla massima e inevitabile fra le schiavitù, quella da cui nessuno può affrancarsi: la morte.Il punto è trattato al n. 6. Il testo biblico di riferimento è il Sal 23: il Signore è il mio pastore… La citazione indiretta si riferisce, invece, a Gv 11: la narrazione della risurrezione di Lazzaro. Speranza e risurrezione sono qui poste in stretta contiguità. ![]() Nel brano giovanneo la dimensione della speranza sembrerebbe collegata alla ripresa della vita da parte di Lazzaro. L’evangelista, però, modula la sua narrazione su differenti tonalità per lasciar intendere che la forza del prodigio finale è anticipata da una costellazione di atteggiamenti improntati alla speranza. Prima che il morto sia chiamato alla vita, altri individui, viventi, sono inviati a risorgere, cioè a sperare. I primi sono gli apostoli. Ai vv. 4-16 è indicato il dialogo tra Gesù, informato della situazione terminale dell’amico, e i discepoli che si meravigliano dell’atteggiamento del Maestro. Egli, anziché accorrere presso il malato, sembra voler indugiare, poi afferma con chiarezza che l’amico è deceduto, ma la sua morte è indirizzata alla fede: perché voi crediate. Tale espressione contiene due risvolti: per un verso, precisa che Dio, anche se sembra perder tempo, rimane sempre il padrone della vita. Nulla sfugge alla sua mano. Niente è sottratto al Suo potere, perché Egli trasforma ogni realtà in bene per i suoi figli: vita e morte, malattia e infermità, peccato e salvezza. Dinnanzi al momento irrefrenabile della morte, i discepoli sono chiamati a sperare. Per un altro verso, Gesù afferma che Lazzaro è morto perché essi credano. La morte, ogni morte, è mutata da Cristo in esperienza di fede. In virtù del suo sacrificio sulla croce, Gesù ha affrontato e trasformato il principale nemico della natura umana. Così, il discepolo anche nella morte può credere, perché la morte ormai è stata raggiunta da Dio, è stata sorbita dal Creatore della vita, è stata subita dall’Autore della salvezza ed è stata, per ciò stesso, modificata dall’interno. La seconda risurrezione concerne le due sorelle dell’ormai morto Lazzaro. Qui la speranza assume i connotati della sfida. A sperare sono chiamate le persone che hanno sperimentato di persona la morte del fratello: Marta e Maria. Ai vv. 17-37 è descritta la vicenda del loro incontro con Gesù. A questo livello la speranza è descritta mediante due movimenti. Il primo è quello rilevabile dalle parole di Marta, chiamata a compiere un passaggio fondamentale. Nella sua confessione di fede circa la potenza di Cristo che farà risorgere i morti nell’ultimo giorno, deve riconoscere che le cose ultime cominciano a realizzarsi già dove giunge Cristo: Io sono la risurrezione… credi tu questo? L’ultimo giorno è anticipato al momento stesso in cui Egli si rende presente. La speranza non è relegata solo alle cose venture, ma comincia a realizzarsi sotto gli occhi di chi crede. Dio, infatti, non rimanda al futuro la realizzazione della speranza ma la adempie nella contemporaneità di chi crede in Lui. Il secondo moto di speranza è quello compiuto fisicamente da Maria chiamata a correre verso Gesù, avendo abbandonato la casa e gli amici venuti a piangere presso di lei. L’evangelista indica che senza Cristo non c’è ragione vera di speranza. Solo la sua presenza e la sua parola motivano la decisione di lasciare tutto: casa, amici in pianto, espressioni di lutto, sguardi rivolti al passato, ripiegamenti su di sé. Qui la speranza appare legata a Gesù, riflessa nella sua persona, concentrata sul suo volto, adombrata nelle sue parole e nelle sue decisioni. La speranza è il volto del Verbo di Dio fatto carne che è qui e ti chiama. Per chi ascolta la voce del Maestro la speranza si realizza quotidianamente nella decisione di lasciare pianti, fatiche, turbamenti e correre verso Cristo. Egli, così, prima di far uscire il morto dal sepolcro, conduce fuori Marta dalla sua visione imprecisa di fede e Maria dal pianto e dalla solitudine, per raggiungere insieme a loro il sepolcro. Perché la morte si può guardare in faccia solo in compagnia di Gesù. La terza attitudine di speranza la vive Gesù stesso ai vv. 41-42. Egli si rivolge al Padre al quale rivolge la sua benedizione. Il prodigio deve essere ancora compiuto, ma Gesù lo considera come già avvenuto nella sua preghiera. La speranza è qui connessa alla gratitudine. Gesù non chiede che venga esaudita la sua richiesta, ma la considera già esaudita. La speranza nasce dal cuore di chi crede che Dio ascolta prima ancora che sia formulata l’implorazione. Egli conosce già le necessità di ciascuno ed attende, prima della supplica, la gratitudine per quella Provvidenza con cui in anticipo sostiene ed accompagna. La speranza anima la gratitudine e riempie il cuore della gioiosa consapevolezza che il Signore è presente nella vita, nonostante le amarezze e le lacrime. La gioia interiore sostenuta dalla speranza trasfigura il dolore e l’angoscia e si afferma malgrado ogni prova evidente di limite, sofferenza e morte. 5. La speranza e il presente L’ultima dimensione biblica della speranza è trattata ai nn. 7-9 dell’enciclica. La base scritturistica è Eb 10,34.36.39; 11,1. Il Papa, richiamandosi a questi testi, afferma che la speranza è attesa dei beni futuri che cominciano ad esistere in germe già oggi, per cui il futuro entra e illumina il presente. Questa speranza non produce una consolazione soggettiva, ma costituisce una prova solida e reale, una sostanza, dei beni futuri che Dio destina ai credenti e che motivano l’oggi.Questa sezione finale può essere illuminata dalla celebre domanda di At 2,37, proferita dagli ascoltatori della prima predicazione di Pietro: che cosa dobbiamo fare fratelli? Parafrasando tale espressione potremmo domandarci: sulla base della speranza, quale luce ricaviamo per l’oggi; qual’è la migliore attitudine che Dio si aspetta da un cuore aperto alla speranza? La risposta ci proviene da un’allusione ad un testo evangelico contenuta al n. 8 per il richiamo a San Francesco e ai Santi che hanno rinunciato ai beni per seguire il Signore in cui hanno sperato e creduto. Cosa
dobbiamo fare, fratelli? Anche a Gesù
fu rivolta una domanda analoga in Mt 19,16-22: Maestro,
che cosa devo fare di buono per ottenere la
vita eterna? In questo
interrogativo, fra i più
seri che l’uomo si sia mai posto, è congiunto il presente
e il futuro, il contingente e l’eterno, il provvisorio
e il duraturo, la volontà dell’uomo e quella
di Dio. Oggi cosa posso fare per
avere domani comunione con Te?
In che modo il domani modifica,
illumina e guida il mio oggi?
Si tratta in Mt 19,16 di una domanda
colma di speranza, già per il
fatto che è rivolta a Gesù con
l’implicita fede che Egli possiede la
risposta su questo punto decisivo
ed essenziale dell’esistenza. Tu
solo Signore lo sai. Che devo
fare? La risposta del Maestro è
ben nota: se vuoi entrare nella
vita osserva i comandamenti… se
vuoi essere perfetto,
va’, vendi quello che possiedi,
dallo ai poveri e avrai un
tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi. Grazie
a tale risposta la speranza cristiana
risulta radicata su tre perni
che possono qualificare il nostro oggi, così che
la speranza divenga performativa: il primo segno
di speranza è l’obbedienza ai comandamenti di
Dio; senza ascolto e adempimento della sua volontà non
ci può essere speranza seria, ma solo arroccamento sui
propri disegni e chi confida in se stesso
prima o poi crollerà.Il secondo perno è la consegna dei beni, ivi compresa la vita, consegnata ai poveri, a quelli che non hanno neppure la gratitudine per ricompensare. La speranza modifica lo sguardo umano di considerare le sostanze, insegna a prendere sul serio ciò che afferma il Maestro: la dove è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore (Mt 6,21). Paolo qui è illuminante. In Fil 3,8 proclama che una volta conosciuto Cristo, tutto gli è apparso spazzatura. Il valore grande della Sua persona relativizza ogni altro bene, libera da ogni consorteria con il possesso e l’avidità e trasforma la vita in servizio. Il terzo perno della speranza cristiana è la sequela. La speranza per il cristiano è una vocazione, una chiamata per camminare verso Cristo e dietro di lui. Sperare significa vivere da discepoli del Signore, fare della propria vita un’esistenza vissuta per la gloria di Dio. Poi vieni e seguimi: occorre riconoscere che nella nostra storia ciò che veramente resta, ciò che vale, dipende da questo chiodo fisso che è l’aver incontrato Cristo che ha cambiato la vita. Questo costituisce vera ragione di speranza: nonostante l’apparenza e il visibile, la vita è già colma di questa Presenza che dà senso a parole, atti, decisioni, desideri, e senza la quale l’uomo rimane schiavo di sé e del proprio vuoto. Cristo solo ci salva e libera in noi la speranza, consentendoci di camminare liberi dietro a Lui, perché nella speranza noi siamo già salvi. Non sembra inappropriato chiudere queste considerazioni sulla dimensione biblica della Spe Salvi con le note espressioni sulla speranza cristiana con cui Charles Péguy esordisce nel suo celebre scritto Il mistero dei santi Innocenti: «La Fede è una sposa fedele, la Carità è una madre ardente. Ma la Speranza è una bimba piccina. La Fede è quella che tiene duro nei secoli dei secoli, la Carità è quella che dà se stessa nei secoli dei secoli, ma la piccola Speranza è quella che si leva tutte le mattine, che tutte le mattine ci da il buongiorno, che dice buongiorno al povero. La Fede è una chiesa, una cattedrale radicata nel suolo di Francia, la Carità è un ospedale, un ricovero che raccoglie tutte le miserie del mondo, ma senza Speranza tutto questo non sarebbe che un cimitero». Don Ciro Versaci |