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C elebriamo oggi una liturgia carica di tristezza, ma anche di speranza e di serenità. Perché con noi c’è il Signore, il Dio dei vivi e dei morti. Sono sentimenti che ci trasmette Padre Arlotta, in questo ultimo incontro, così come ha saputo fare bene nella sua vita. Siamo tristi perché un fratello, un padre, al quale abbiamo voluto bene e che ci ha voluti bene, ci ha lasciato, ma siamo sereni perché la bontà, la semplicità, la finezza di comportamento, la disponibilità di questo sacerdote ci fanno sentire in pace con Dio e con la vita e, perché no, anche con la morte. […]Padre Arlotta è stato un sacerdote che ha vissuto la sua esistenza nel servizio, senza pretese. È stato
un uomo che non è stato difficile
amare, sapeva dare cordialità nonostante la sua riservatezza, era semplice,
non faceva pesare niente a nessuno,
sembrava anzi che chiedesse scusa per esserci. Era delicato nel suo
agire, ma anche fermo e forte. Ha amato la gente che ha servito, nelle
parrocchie di Braidi e S. Maria, a
Novara di Sicilia e a Minissale, dove si è fermato solo per qualche mese. Ha
saputo farsi sentire fratello, padre,
amico da chi lo avvicinava.Per noi sacerdoti è importante e lascia il segno l’incontro con presbiteri che hanno vissuto il loro ministero nella semplicità e nella più assoluta fedeltà a Dio e a coloro a cui sono stati inviati. Ci aiutano a credere e ad amare di più il nostro ministero. Nel salutarlo e affidarlo alle braccia misericordiose di Dio, P. Arlotta ci fa riflettere sulla figura del sacerdote. Con la sua vita egli ha fatto capire che il sacerdote è l’uomo di Dio, è l’uomo della fede: anche se non sempre vede, se non sempre sa, sempre crede. Il sacerdote è l’uomo che nella notte attende la luce. Sentinella di grazia, che mentre dona e si dona, aiuta a scoprire la parola di Dio come fonte necessaria di vita e di speranza. Non il prestigio, non l’immagine, non il contare ad ogni costo sono la preoccupazione della sua vita, ma la povertà di spirito, la mitezza, la tenerezza, l’amore che si fa accoglienza, il dono della vita fatto il più delle volte nell’oscurità e senza rumore, tanto che gli altri non sempre se ne accorgono e dicono il loro grazie. Il sacerdote vive come una candela che umilmente si consuma, perché ci sia la luce. Una vita come quella di P. Arlotta ci dice che vivere amando e credendo, significa vivere e crescere ogni giorno nella luce di Dio. Anzi per chi vive davvero nell’amore, per chi ha fatto del servizio uno stile di vita, per chi sa donarsi e donare, la morte è l’atto riassuntivo della sua vita, è il più grande, conseguente e definitivo atto d’amore. Chi vive d’amore, muore amando. E vive ritmando tutto sulle beatitudini, come ha fatto e tante volte insegnato a fare P. Arlotta. […] Affidiamo con fiducia P. Arlotta al Dio dell’amore perché quelle braccia aperte del Crocifisso l’accolgano e con la tenerezza del Samaritano guariscano le sue piaghe e gli diano quel ristoro che il Signore ha promesso ai suoi figli che ritornano a casa. Invochiamo serenità per i suoi parenti, perché sentano accanto a loro in questo momento Maria, Scala del Paradiso. Per tutti noi la morte, questa pia morte di P. Arlotta, diventi maestra di vita. Viviamo il presente, ma senza restarne catturati. Diventiamo costruttori di un mondo diverso, migliore, più vero, più umano, con lo sguardo sempre fisso a Colui che ha vinto la morte per farci risorgere con Lui. Mons. Francesco Montenegro già Vescovo Ausiliare di Messina, Arcivescovo eletto di Agrigento |