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La valigia di cartone

Al porto di Fremantle (Western Australia) ci sono alcuni monumenti in bronzo. Uno di questi raffigura un emigrante che arriva accompagnato da un bambino con la valigia di cartone. E’ il ricordo di un’epoca in cui dall’Europa arrivavano regolarmente delle navi con i loro carichi umani: uomini, donne, bambini. Nell’immediato dopo guerra la fame ha spinto milioni di persone a lasciare la loro casa, i loro affetti, le loro piccole cose per iniziare una vita di speranza in quella terra che molti chiamano “l’America”. Così si sono spopolati interi paesi della Calabria, Sicilia, Puglia, Abruzzo, etc. etc.

L’emigrazione era una necessità e così le grandi navi erano sempre piene. I parenti già arrivati in Australia facevano l’atto di richiamo e dopo qualche mese erano nuovamente tutti insieme. Intere famiglie si sono ricongiunte nel nuovo continente.

Visitando centinaia di famiglie nelle loro case è cosa ordinaria trovare le foto dei genitori lasciati in Italia. Foto di parenti o dei posti dove sono nati; piccoli quadri, immagini sacre, capezzali o statuine. Nella “valigia di cartone” oltre alle speranze di una vita migliore c’erano anche le radici di una cultura, di una fede, delle diverse devozioni religiose. Ho trovato moltissime famiglie che ogni giorni pregano, molti recitano il santo rosario. La domenica, poi, tutti alla Santa Messa in italiano.

In quella “valigia di cartone”, tra le cose preziose c’era posto per un’immagine della Madonna del Tindari, o della Madonna dei Martiri, o della Madonna di Capo d’Orlando o del Santo Volto. E’ stato logico e normale, allora, esprimere in una forma pubblica questa devozione, facendo anche una festa esterna.

Sono cominciate così le varie feste con le relative processioni.

Gli anni iniziali sono stati duri per tutti: una nuova lingua da imparare, alimentazioni

diverse, usi e costumi diversi etc. Ma giorno dopo giorno la laboriosità, l’estro e la voglia di costruirsi un mondo migliore di quello lasciato hanno preso il sopravvento.

Tutto questo impegno sociale era sostenuto dalla fede in Gesù e dalla devozione alla Madonna.

Gli emigrati italiani hanno avuto la fortuna di avere con loro, specialmente agli inizi del loro inserimento socio-culturale, degli “angeli custodi” che li hanno amati come veri

padri e sostenuti, aiutati ed incoraggiati nel nuovo cammino. Sono stati alcuni Missionari Oblati di Maria Immacolata: p. Abramo, p. Baron e p. Nanni. Infaticabili apostoli fattisi

volontariamente emigrati con gli emigrati, pastori di un gregge che andava a pascolare su “pascoli ubertosi” in quel continente che per molti era considerata come “la terra promessa”.

Gli emigrati italiani della prima generazione hanno portato con loro la fede cristiana, che hanno trasmesso ai loro figli ed alle loro figlie. Una fede che li ha sostenuti in tante situazioni difficilissime, come gli eventi luttuosi di figli.

Una fede fatta di preghiera e di tanti piccoli gesti di solidarietà, di aiuti concreti ai più poveri: i vicini ma anche i lontani.

Attraverso gli emigrati il Vangelo si è radicato anche lì, agli estremi confini della terra, là dove sorge il sole. Non aveva chiesto proprio questo Gesù: “portare la buona novella fino agli estremi confini della terra”?

p. Sergio Natoli omi