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dal Magistero di Giovanni Paolo II

 

Ecclesia de Eucharistia  è una lettera enciclica che Giovanni Paolo II ha  emanato l’ultimo Giovedì Santo in occasione del 25° anniversario del suo pontificato. Essa è indirizzata al clero e a tutti i fedeli ed è costituita da sei capitoli più una introduzione e una conclusione.

In detta enciclica il Papa guida tutti i fedeli a confessare la fede nell’Eucarestia; egli infatti, come l’apostolo Pietro, torna a dire al Signore a nome di tutta la Chiesa: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68) (59) [1].

Nel presente articolo segnaliamo i punti guida del testo magisteriale con l’intento di rinviare ad una lettura diretta e proficua del documento; in un secondo momento amplieremo la nostra riflessione sul sesto capitolo dell’enciclica dedicato alla relazione tra l’Eucarestia e la Vergine Maria.

1.      L’enciclica si iscrive nel “programma” che Giovanni Paolo II ha tracciato per il terzo millennio cristiano nella Novo millennio ineunte, programma che consiste essenzialmente nella contemplazione del volto di Cristo (6.60). L’Ecclesia de Eucharistia ci invita a contemplare in particolare il volto eucaristico di Gesù. Con questo suo ultimo intervento il Papa si inserisce nella scia della dottrina secolare del Magistero sull’Eucarestia, in particolare a partire dai decreti del Concilio di Trento (n. 9).

L’enciclica si pone in continuità con la riforma liturgica del Concilio Vaticano II con l’intenzione peculiare di fugare alcune attualizzazioni inesatte di detta riforma in modo da fare risplendere tutto il fulgore dell’Eucarestia (n. 10). Il Papa infatti richiama tutti i punti essenziali della fede della Chiesa Cattolica sul mistero eucaristico:

il carattere sacrificale della Santa Messa (nn. 11-14): cioè la Santa Messa è la ripresentazione del sacrificio che Gesù ha consumato una volta per tutte sulla croce;

la dottrina della transustanziazione (n. 15): cioè il pane e il vino, pur conservando le apparenze naturali, con la preghiera consacratoria diventano il Corpo e il Sangue di Gesù;

il bisogno della comunione poiché l’Eucarestia è cibo: “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda” (Gv 6,55); è un cibo che ci dona lo Spirito Santo (n. 17), che ci fa pregustare la gloria futura (n. 18), che ci fa entrare in comunione con i santi (n. 19), che ci offre la forza per impegnarci nella storia (n. 20), che favorisce la comunione tra le membra del popolo santo di Dio, tra di esse e con il Capo (n. 40);

la necessità di essere in grazia di Dio e senza peccato mortale per accostarsi alla comunione (n. 36); e nel caso contrario la possibilità di fare la comunione spirituale (n. 34);

l’indispensabilità della partecipazione domenicale alla Messa (n. 41);

la bellezza della pratica dell’adorazione eucaristica mediante la quale prolunghiamo il contatto con Gesù chinandoci sul suo petto come fece l’apostolo Giovanni nell’Ultima Cena (n. 25);

il ruolo del ministro e il decoro della celebrazione eucaristica, ai quali però qui di seguito dedichiamo una riflessione più dettagliata.

2.      Il ruolo svolto dal ministro in relazione all’Eucarestia merita oggi una menzione particolare. La celebrazione eucaristica porta con sé l’indispensabile nota dell’apostolicità; questo augusto sacramento è stato istituito da Nostro Signore Gesù Cristo nell’Ultima Cena ed è stato affidato agli apostoli e ai loro successori perché lo facessero di nuovo in sua memoria (n. 27).

A garantire nei secoli l’apostolicità dell’Eucarestia è il sacramento dell’ordine che di fatto è stato istituito con essa a testimonianza che Eucarestia e sacerdozio ministeriale sono inseparabili (n. 28).

A compiere il sacrificio eucaristico è dunque il sacerdote in quanto agisce in persona Christi (Lumen gentium n.10). L’Eucarestia è un dono del Signore Gesù, è un dono che non dipende dalla fede e dalla capacità del ministro e che supera l’assemblea stessa (n. 29). Con tali accenni il Papa ha rimandato all’essenziale Protagonista della Santa Messa, il Signore Gesù, superando quelle sterili discussioni tanto in voga negli ambienti ecclesiali di questi ultimi decenni che preoccupati di superare il clericalismo hanno enfatizzato a dismisura il ruolo dell’assemblea finendo col concepire la celebrazione eucaristica come una specie di riunione spirituale.

Inoltre nella vita del ministro la celebrazione della Messa costituisce il vertice e il centro (n. 31). Un giovane si fa sacerdote essenzialmente per celebrare la Santa Messa; è questo il criterio guida del discernimento vocazionale. Le altre attività del ministro, pastorali o meno, sono finalizzate all’Eucarestia. La Messa così rappresenta il centro unificante di tutta l’esistenza sacerdotale.

Da questa considerazione deriva l’accorato appello del Papa in favore delle vocazioni sacerdotali (nn. 31-32). Una comunità cristiana non può vivere come se niente fosse la carenza di vocazioni; ritenendo anzi la carenza come un segno della Provvidenza per fare sviluppare il laicato. Al contrario la comunità deve essere divorata dalla preoccupazione per i sacerdoti perché ne vale la sua stessa esistenza. Lo sviluppo del laicato non dipende da un minor numero di sacerdoti (vedi C. M. Martini, Il Signore chiama, n.10).

3.      Attualissimo il richiamo del Santo Padre al decoro della celebrazione eucaristica; occorre vincere quella specie di “dimistichezza” con la quale le comunità cristiane in questi ultimi decenni hanno cominciato a trattare l’Eucarestia. Il Papa ricorda che al centro della Santa Messa c’è il Signore, c’è Dio! (n. 48).

Come la donna di Betania che ha versato sul capo di Gesù un vasetto di profumo prezioso (Gv 12,1 ss.), così la Chiesa non ha temuto di “sprecare”  per l’Eucarestia (nn. 47-48). I ragionamenti alla Giuda Iscariota – “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?” (Gv 12,5) – rivelano il non riconoscimento della perla più preziosa, quella per la quale bisogna vendere tutto. Perdendo la perla più preziosa, quella che dà il valore, le altre perle (i poveri) perdono importanza. Valorizzando la perla più preziosa, anche le altre perle (i poveri) ne guadagnano.

La Chiesa lungo i secoli ha saputo riconoscere la perla più preziosa e per essa ha edificato grandiosi templi; per l’Eucarestia ha offerto quello di più prezioso che l’uomo sapeva produrre: calici, paramenti… (n. 49). E questi beni oggi sono beni per l’umanità; ci hanno trasmesso i valori più alti; l’umanità non è stata schiacciata nelle pure preoccupazioni materiali che avrebbero finito per soffocarla. Questo immenso patrimonio che noi ereditiamo non serve per costituire i musei, serve per la perla più preziosa. Se fosse servito per fare i musei di arte sacra Giuda avrebbe ben avuto ragione di scandalizzarsi.

Decoro della celebrazione significa anche rispetto per le norme liturgiche; la Messa non è proprietà di nessuno; la fedeltà alle norme liturgiche è amore alla Chiesa (n. 52).

4.      Il contenuto centrale dell’enciclica ruota intorno al capitolo II là dove si dice che è l’Eucarestia a edificare la Chiesa. Il detto capitolo è come l’esplicitazione dell’espressione iniziale dell’enciclica: “La Chiesa vive dell’Eucarestia” (n. 1). Questa è una verità storicamente evidente: la santa Messa è stata sempre il centro della vita della Chiesa, ha scandito tutti i suoi giorni. Il Concilio Vaticano II lo dice chiaramente: “l’Eucarestia è fonte e apice di tutta la vita cristiana” (Lumen gentium 11). E questo perché nella celebrazione eucaristica si ripresenta in maniera efficace il momento centrale di tutta la storia della salvezza: la passione, morte e resurrezione di Gesù (n. 3).
      Tale considerazione restituisce il primato al Signore ed è gravida di conseguenze a livello pastorale in quanto sottolinea che la Chiesa non si auto-produce, non si dà la vita da sola e la sua edificazione non dipende in primo luogo da strategie  pastorali. Ad edificare la Chiesa non è la gerarchia ma nemmeno il popolo di Dio: la Chiesa la costruisce il Signore. L’enciclica si iscrive così nell’ampio tentativo magisteriale e teologico che alla luce di Dei Verbum (cioè del primato della rivelazione divina) cerca di sottolineare il primato di Dio e di correggere la deriva ecclesiocentrica del dopo Concilio.

Don Pietro Pizzuto


[1] I numeri posti tra parentesi si riferiscono ai paragrafi dell’enciclica.