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2003: Anno del Rosario

 

Con il mese di maggio 2003 siamo ormai pervenuti a metà del percorso temporale che il S. Padre Giovanni Paolo II ha voluto proclamare come Anno del Rosario. Esso ha, infatti, avuto inizio lo scorso 16 ottobre e si concluderà alla fine dell’ottobre prossimo con il pellegrinaggio papale al Santuario mariano di Pompei.

Fra i molteplici motivi che hanno ispirato il Papa per l’indizione di questo speciale tempo mariano, coincidente con alcuni anniversari di avvenimenti connessi alla storia della Chiesa, se ne distingue particolarmente uno legato al ministero dello stesso Pontefice, che il prossimo 16 ottobre celebrerà il 25° anniversario di Elezione a Successore di Pietro.

Con la proclamazione di questo anno consacrato alla Vergine, la circostanza giubilare del Pontefice è estesa a tutta la Chiesa mediante l’invito ad assumere con rinnovato impegno e più intensa serietà, la preghiera tradizionale del S. Rosario, affinché la ricorrenza del Papa non diventi una pura occasione per inneggiare al pastore, ma costituisca un evento di grazia a beneficio dell’intero gregge, a servizio del quale il Romano Pontefice è costituito fondamento di visibile unità.

Gli insegnamenti, le esortazioni e la stessa indizione dell’Anno del Rosario sono contenuti nella ormai famosa Lettera apostolica dal titolo Rosarium Virginis Mariæ, divenuta celebre presso il popolo cristiano per l’inserzione dei cinque nuovi misteri luminosi nella struttura ternaria della preghiera mariana. In realtà, la rigorosa e sapienziale riflessione del Pontefice sul Rosario, le attitudini richieste per pregare convenientemente e la meditazione sul ruolo di Maria nella contemplazione del mistero di Cristo, costituiscono forse la vera ricchezza di questo testo che si articola in ben 43 punti, suddivisi, oltre che nell’introduzione e nella conclusione, in tre capitoli centrali.

Il primo è consacrato alla specificità della preghiera cristiana, consistente nel contemplare Cristo, sostenuti dallo sguardo, dall’umiltà e dalla fede di Maria. Il secondo ripercorre il cammino tradizionale del Rosario, suggerendo l’introduzione dei misteri luminosi per una più estensiva comprensione della totalità del mistero di Cristo. La terza insiste nel proporre forme nuove e più consone alla mentalità attuale nella pratica del Rosario intesa come preghiera del cuore, accompagnata dal silenzio e soprattutto dalla Parola di Dio da cui trae origine e senso ogni mistero della vita di Cristo.

 In questa ricca e densa Lettera apostolica consegnata alla Chiesa, emergono alcuni rilievi fondamentali che costituiscono quasi i limiti estremi entro cui s’inscrive l’insegnamento del Pontefice e con i quali viene giustificata la stessa indizione dell’Anno del Rosario. Già ai punti iniziali del testo (1; 3) con la citazione della precedente Lettera apostolica Novo Millennio Ineunte e la menzione della frase evangelica «duc in altum!» (Lc 5,4), è affermato che la celebrazione di questo anno mariano costituisce come un’emanazione dell’Anno Santo del 2000. Si tratta non di un prolungamento ma di un coronamento di quel tempo in cui la Chiesa ha potuto celebrare con più abbondanza e maggiore letizia, la ricchezza della grazia con cui Cristo sempre l’accompagna e la ricolma.

L’Anno del Rosario è, così, il tempo della gratitudine presentata al Signore per le mani di Maria, per gli innumerevoli benefici e la spinta verso la santità che i battezzati in vario modo hanno potuto sperimentare lungo quel tempo di grazia. La dimensione della gratitudine che il Papa intende attribuire al tempo mariano è chiaramente espressa nell’allusione iniziale (1) al Magnificat della Vergine, cui la Chiesa da sempre si unisce al fine di rendere grazie a Dio Padre per l’Incarnazione di Cristo; evento per il quale Maria ha collaborato docilmente e in prima persona.

La Chiesa, come la Vergine, nulla dimentica ma di tutto fa memoria, specialmente dei doni ricevuti e, sull’esempio di Maria, innalza il suo cantico di lode all’Onnipotente, certa che sua ricchezza perenne ed esclusiva è la persona di Cristo, l’avvenimento del suo ingresso salvifico nella storia dell’uomo e lo slancio d’amore illimitato che nella croce ha trovato la forma drammatica, definitiva e redentrice.

Il cantico del Magnificat s’inscrive convenientemente nel contesto dell’Anno Santo e in quello del Rosario non per questioni di forma ma perché riecheggia l’annuncio messianico del profeta Isaia (Is 61,1-9), di cui Gesù si appropria nella sinagoga di Nazaret all’inizio della suo ministero pubblico e che la Chiesa fa suo proclamandolo solennemente a principio di ogni anno giubilare: lo Spirito del Signore è sopra di me…, per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la scarcerazione…,  e predicare un anno di grazia… (Lc 4,16-19).

Il Magnificat si pone simultaneamente come l’anticipo e l’eco di quell’inno trionfale del profeta con cui Gesù ha proclamato la sua missione messianica; in continuità e coerenza con il lieto annuncio pronunciato da Cristo a Nazaret, la Vergine riconosce e loda nel suo Magnificat, la determinazione dell’Onnipotente che sa invertire il cammino degli uomini, promovendo chi è debole al posto del superbo, favorendo l’indigente senza riguardi al ricco e innalzando chiunque non possiede altra ricchezza che la propria fiducia nella provvidenza del Creatore. 

In tal senso, l’Anno del Rosario può costituire il tempo in cui il battezzato, in sintonia con le espressioni di Maria, non solo muove le labbra alla preghiera, ma dispone il cuore alla conversione, apre la mente alla passione per Cristo e il vangelo, rimbocca le maniche per sollevare le fragilità di tanti fratelli che vivono poveri di mezzi, miseri di fede, vuoti di speranza, privi di fiducia, bisognosi di felicità, assetati di giustizia.

Se il cantico di Maria è il confine iniziale della Lettera del Papa, quello finale è costituito da un testo in cui non figura la persona di Maria, ma si parla della … carità, che è il vincolo di perfezione (Col 3,14). E’ proprio tale passaggio dell’epistolario di S. Paolo l’ultimo brano biblico citato dal Pontefice; sebbene esso non parli direttamente della Vergine, contiene magnificamente lo slancio di amore che ella ha testimoniato recandosi dalla cugina Elisabetta, dinnanzi alla quale pronunciò l’inno del Magnificat.

L’Apostolo, infatti, con quelle parole esorta i cristiani non solo ad amarsi ma a cantare a Dio di cuore e con gratitudine, proprio come fece Maria, affinché tutto si compia nel nome di Gesù. Ora, l’invito rivolto ai Colossesi, può costituire, la sintesi di ogni preghiera cristiana e soprattutto di quella del Rosario. Il battezzato che s’immerge nella lunga sequenza litanica delle Ave Maria non può avere altro obbiettivo che di lasciar imprimere in sé le attitudini di Cristo meditate nei misteri, cosicché la sua esistenza diventi con l’aiuto della Vergine, una genuina e imitazione di Cristo. Più che una recita, il Rosario costituisce, così, una scuola ove si apprende a seguire il Maestro, un cammino di trasfigurazione, per osare di affermare come l’Apostolo: … non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (Gal 2,20).

Don Ciro Versaci