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Il tempo: contenitore dell'infinito

 

Il Bollettino, carissimi, che vi raggiunge all’incontro, quasi, dell’uscente 2008 e dell’incipiente 2009, impone una riflessione sul tempo.
Non spettando a noi impegnarci in alte considerazioni sul tempo, lo guardiamo come ‘contenitore’ dell’infinito catalogo dei preziosi doni di Dio. I doni che, per intenderci subito, chiamiamo naturali, dalla creazione in giù, e quelli soprannaturali dato che, “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4-5). Questo fondamentale dono ha la sua esigenza: infatti, compiuto, il tempo, “il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (Mc1,15).
Il tempo è, di più, l’opportunità di conoscere Dio che nessuno mai ha potuto vedere ma che Gesù rivela. Per questo, all’apostolo Filippo che chiede a Gesù di vedere il Padre, risponde: “da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: mostraci il Padre?” (Gv 14,9).
Il tempo è dono alla nostra libertà perché, usandone responsabilmente, impariamo a distinguere il bene dal male, la collaborazione con i fratelli, nell’obbedienza alla verità. È da quest’uso che dipende la nostra riuscita come c’insegna il Vangelo: Gesù, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata” (Lc 19,41-44).
Dice il tutto meglio e più brevemente Gesù stesso con una parabola nella quale parla di un tizio al quale sono pervenute lamentele sulla condotta di un suo fiduciario. «Lo chiamò e gli disse: Che sento? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. L’amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d’olio. Gli disse: prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse ad un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta. Il padrone lodò l’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne» (Lc 16,2-9).
Dono di Dio, il tempo che ci dà a tutti di riflettere e a me di presentarvi un fervido augurio: sia il 2009 tutto da segnare, positivo, albo lapillo, dicevano i padri, nel calendario di Dio e nostro.

Con la mia benedizione.

v Ignazio, Zambito - Vescovo