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     La vita oltre la morte:

 

la speranza cristiana di fronte ai novissimi

 

Riflessioni sull’Enciclica “Spe Salvi” (3)

Con l’Enciclica “Spe salvi” Papa Benedetto XVI ha invitato i fedeli a considerare l’importanza della speranza cristiana per la loro vita personale e per la loro responsabilità nei confronti del mondo. Accogliendo l’invito del Santo Padre, desidero proporvi una riflessione su un aspetto particolare della speranza cristiana: la vita oltre la morte.

a) Perché è urgente riflettere sulla nostra sorte futura?

1) IL FUTURO PER VIVERE IL PRESENTE

La domanda di partenza ha una risposta semplice e profonda: per vivere il presente. La proposta di Papa Benedetto ha l’intenzione chiara di partire dalle realtà ultime (quelle della vita futura) per motivare le scelte di vita del presente. Credo sia comprensibile a tutti la necessità che la vita umana abbia un orientamento. Infatti un uomo può vivere solo se esiste una ragione per cui valga la pena vivere. Se manca il significato della vita, se manca cioè una risposta appagante e definitiva, a che vale continuare a vivere? Se le domande che ci poniamo cadono sempre nel vuoto, se non esiste una risposta definitiva, prima o poi muore anche la vita. Senza la speranza nel futuro non è possibile vivere il presente. Richiamo a proposito due espressioni dell’enciclica: “Ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente” (n. 1); “Solo quando il futuro è certo come realtà positiva diventa vivibile anche il presente” (n. 2).

2) LA SPERANZA RIGUARDA IL PRESENTE

La speranza di cui parla il Papa non riguarda semplicemente l’aldilà; riguarda la vita attuale. Isidoro di Siviglia dice che la parola “spes” (speranza) viene da “pes” (piede) perché la speranza è ciò che permette il passo ogni mattina. Per Benedetto XVI proprio “questo sguardo in avanti ha conferito al cristianesimo la sua importanza per il presente” (n. 41). La carità cristiana, che si è manifestata nella storia dell’umanità attraverso molteplici forme, è stata sorretta da questo sguardo sul futuro.

3) SI SPERA PERCHÉ C’È UN PRESENTE

Nell’enciclica il Papa fa un’operazione finissima di comprensione della speranza. Non dice che la speranza comincia quando finisce la fiducia nel presente; questa invece è la nostra comprensione abituale della speranza; il trasferimento nel futuro di quanto non abbiamo nel presente è un’operazione nella quale ci possiamo riconoscere. Il Pontefice insegna che la speranza comincia nel presente, è possibile perché c’è un presente, perché si comincia a pregustare nel presente: “è attesa delle cose future a partire da un presente già donato” (n. 9).

4) UN RICHIAMO BIBLICO (Lc 16,19-31)

Commentando la parabola di Gesù sul povero Lazzaro e il ricco epulone, Ratzinger (Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano 2007, pp. 250-256) sostiene che Gesù non ha voluto semplicemente insegnarci quale sarà la diversa sorte dei poveri e dei malvagi. Ma ha inteso dirci che il pensiero sull’aldilà aiuta a vivere il presente, indirizza il presente nella giusta direzione. Il Signore vuole insegnare a riconoscere quale sia il vero bene già su questa terra.
Nell’aldilà verrà manifestata la realtà che già si vive nell’aldiquà. Già in
questo mondo il ricco epulone è un “non-uomo”, un essere dal cuore vuoto, un essere che ha degradato la sua umanità a livello delle bestie.

5) UNA PISTA DI RIFLESSIONE

Se volessimo sintetizzare questa prima parte in poche parole direi: è urgente riflettere sull’aldilà per vivere il presente. Il lettore potrà chiedersi se la sua speranza nasce dalla sfiducia nel presente, dal trasferimento nel futuro di quanto non si ha nel momento presente, oppure se essa nasce dal pregustare già in questa vita attuale ciò che Dio donerà in pienezza nell’altra.

 

b) La speranza cristiana di fronte ai Novissimi.

Suggestioni dalla “Spe salvi”.

Nella “Spe salvi” Benedetto XVI dà ampio spazio ai Novissimi nei numeri 41-48 che trattano del giudizio come luogo di apprendimento ed esercizio della speranza.

1) L’INTENZIONE: PRESENTARE IL GIUDIZIO COME LUOGO DI SPERANZA

Nella comprensione abituale, noi portiamo del giudizio di Dio un’immagine minacciosa. Papa Benedetto vuole invece proporre la genuina immagine del giudizio come luogo di speranza (n. 41). Non una realtà da temere ma da desiderare.

2) IL GIUDIZIO È NECESSARIO PER LA GIUSTIZIA

Per il papa esiste un reale problema nella storia dell’umanità e cioè: l’ingiustizia, la sofferenza degli innocenti, il cinismo del potere portano alcuni uomini a considerare che Dio sia ingiusto, dato che permette tali ingiustizie non muovendo un dito. Questa situazione ha avuto come conseguenza la ricerca di una giustizia autonoma, determinata solamente dall’impegno degli uomini, per la quale l’azione divina non è richiesta. Ma un mondo che deve creare da sé la sua giustizia è un mondo senza speranza. L’uomo scopre che senza Dio non è possibile alcuna giustizia.
Benedetto XVI riporta a questo proposito una
considerazione del filosofo Adorno per il quale una vera giustizia richiederebbe un mondo in cui non solo venisse annullata la sofferenza presente, ma fosse revocata anche la sofferenza passata, la sofferenza di chi è morto dopo aver subito soprusi e angherie nella sua vita terrena. La giustizia cioè o è per tutti (anche per coloro che sono morti) o non è giustizia.
Non è vera giustizia se comincia ora e tralascia il passato
lasciando dei debitori. L’unica possibilità che ci sia vera giustizia è la resurrezione dei morti. Solo in questo caso di revoca della sofferenza passata può esistere vera giustizia.
L’argomento della giustizia secondo il papa è il
più convincente in favore della vita eterna. La vita eterna diviene convincente se appare come vittoria sull’ingiustizia passata (nn. 42-43). Si comincia a capire perché il papa sostenga che il giudizio è luogo di speranza e non di terrore.

3) IL GIUDIZIO CHIAMA IN CAUSA LA RESPONSABILITÀ

Ma il giudizio non veicola anche un’immagine che comporta spavento?
Possiamo negare questa evidenza? Per illuminare questo aspetto e
armonizzarlo con la comprensione positiva del giudizio come luogo di speranza, Benedetto XVI si richiama alla responsabilità. Se il giudizio fa tremare è perché esso chiama in causa le nostre scelte di vita. Citando sant’Ilario, il papa afferma che ogni nostra paura ha la sua collocazione nell’amore. Ho paura perché non ho amato. L’amore consuma ogni possibile paura (n. 44).
Il giorno del giudizio saremo giudicati sull’amore verso l’affamato, l’assetato,
il carcerato così come si esprime Gesù nella sua parabola sulla diversa sorte assegnata alle pecore e ai capri (Mt 25,31-46).

4) NEL GIUDIZIO LA MISERICORDIA NON ESCLUDE LA GIUSTIZIA

La Grazia non esclude la giustizia. Non cambia il torto in diritto. I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime come se nulla fosse stato. Qui la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro è illustrativa (n. 44).
Per il papa il giudizio è speranza sia perché è misericordia sia perché è
giustizia. È grazia di misericordia perché la salvezza resta sempre dono di Dio e mai nostra conquista. Ma se fosse solo grazia di misericordia, Dio resterebbe debitore nei confronti dei tanti “poveri Lazzaro” (n. 47).

5) LA RETRIBUZIONE IMMEDIATA DOPO LA MORTE

La retribuzione dopo la morte dipende dalle scelte operate dall’uomo nella sua vita terrena. Le scelte possono essere di tre tipi.
La scelta di coloro che hanno distrutto totalmente
il desiderio della verità e la disponibilità all’amore.
Questa scelta comporta l’Inferno, quella condizione
che indica la distruzione irrevocabile del bene (n. 45). L’Inferno è quella condizione di solitudine che non può più essere raggiunta dalla parola trasformatrice dell’amore. La scelta di persone purissime, interiormente penetrate da Dio, totalmente aperte al prossimo; il Paradiso non è altro che il compimento di quello che già sono (n. 45).
Infine la scelta di coloro che rimangono aperti
alla verità, all’amore, a Dio, sebbene nelle concrete situazioni della vita questa apertura sia offuscata dai compromessi col male (n. 46).
Sant’Agostino riteneva che il cuore dell’uomo
dopo il peccato originale è rimasto un cuore buono. Un cuore certamente debilitato nella sua capacità di bene ma fondamentalmente buono. L’attrazione del bene resta sempre più forte dell’attrazione del male. Il Padre della Chiesa condensava questo insegnamento nell’espressione “fugitivus cordis sui”: l’uomo, scegliendo il male, si allontana dal suo stesso cuore (Esposizione sul salmo 57,1).

6) L’IMMAGINE DEL FUOCO PURIFICANTE

Considerando quest’ultimo caso, la scelta aperta alla verità ma compromessa col male, il papa si chiede se le cose sporche accumulate nella vita terrena diverranno d’un tratto irrilevanti nel giorno del giudizio. È sufficiente quest’apertura al bene per godere il Paradiso?
Benedetto XVI riprende qui l’immagine del fuoco purificante. Il fuoco proverà
l’opera di ciascuno e le opere cattive dovranno esser bruciate (n. 46).
Il fuoco che brucia e salva
non è altro che Cristo. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità e bruciandoci ci trasforma e ci libera. L’uomo raggiungerà il Paradiso attraverso il dolore di questo incontro pieno di speranza in cui il malsano e l’impuro che è nell’uomo verranno smascherati e distrutti. La nostra sporcizia non ci macchia eternamente se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo (n. 47).

7) IL SUFFRAGIO CRISTIANO

Usiamo aiutare le anime dei defunti nella loro condizione intermedia e purgante mediante la S. Messa, la preghiera, l’elemosina. Queste forme di suffragio sono giustificate non solo sul piano della fede perché appartengono al deposito apostolico, ma appaiono anche ragionevoli da un punto di vista antropologico. Innanzitutto perché l’amore può giungere all’aldilà, può mantenerci legati oltre il confine della morte: “Chi non proverebbe il bisogno di far giungere ai propri cari già partiti per l’aldilà un segno di bontà, di gratitudine o anche di richiesta di perdono?” (n. 48).
In secondo luogo perché, come nella vita terrena la mia esistenza è in
comunione con l’altro, così dopo la morte la mia intercessione non è affatto una cosa estranea all’anima dell’altro che è ormai defunto. Infine perché non è mai troppo tardi per toccare il cuore dell’altro e perché la mia speranza è sempre speranza per gli altri; solo così essa diventa veramente speranza anche per me (n. 48).

8) INVITO ALLA RIFLESSIONE

La morte, il giudizio, la vita oltre la morte spingono il credente ad una vita segnata dalla speranza. Ed io, temo o spero il giudizio?

Don Pietro Pizzuto