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XV Colloquio internazionale di mariologia
L’argomento scelto in accordo con l’Associazione Mariologica
Interdisciplinare Italiana (Ami) è
risultato di piena attualità poiché ha messo sul tappeto il tema difficile ma
necessario della relazione di Maria con la cultura del nostro tempo.
L’occasione
era offerta dal 30° anniversario dalla Marialis cultus, documento di
eccezionale importanza per l’impostazione e il rinnovamento del culto verso
Maria, che si muove tra due sponde: la liturgia da valorizzare per conferire
dignità ed efficacia salvifica a tale culto e la cultura contemporanea, cioè
il modo organico di vivere dell’uomo e della donna oggi.
Non
si tratta di un optional, ossia di un compito non necessario né urgente,
perché come avverte Giovanni Paolo II: «una
fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente
pensata, non fedelmente vissuta» (Ai Partecipanti al Congresso nazionale del
Movimento ecclesiale di impegno culturale, 16.1.1982). Ciò significa che se
non si mostra che Maria risponde alle attese del nostro tempo
e concorre a risolvere i gravi problemi attuali, la sua figura perde
significato ed importanza e quindi entra in crisi.
La Marialis cultus prende le distanze da una presentazione di
Maria come donna passiva e remissiva, tutto al contrario del vangelo che vede in
lei una donna attiva e responsabile che decide sull’evento più importante
della storia, cioè l’incarnazione del Verbo. La Madre di Gesù deve splendere
nel nostro tempo «quale nuova donna e perfetta cristiana che riassume in sé le
situazioni più caratteristiche della vita femminile perché Vergine, Sposa,
Madre, […] tipo eminente della condizione femminile e modello chiarissimo di
vita evangelica» (MC 35).
La figura di Maria, che tutte le generazioni devono proclamare beata (Lc
1,48), aiuta i nostri contemporanei a ricuperare la vera nozione della persona,
che è la sintesi di libertà e di relazionalità.
Possiamo dire con un esimio
rappresentante della mariologia del Novecento, Heinrich Köster (+ 1993), che
nella risposta responsabile di Maria all’angelo «la data di nascita della
personalità cristiana». Infatti, sconfessando
gli ingiusti pregiudizi della cultura mediterranea, sia semitica che
ellenistica, che ritenevano la donna incapace di decidere nelle grandi
questioni, Dio chiede la libera decisione di Maria prima di procedere a «quell’”opera
dei secoli”, come è stata giustamente chiamata l’incarnazione del Verbo» (MC
37). La pagina aurea dell’annuncio a Maria evidenzia il pieno coinvolgimento
di lei al mistero della salvezza . Tutto il lavorio interiore di Maria termina
con il dono incondizionato di sé al Dio altissimo, come «serva del Signore»
che si mette a sua disposizione (Lc 1,38). Maria è la prima persona cristiana della storia perché essenzialmente
relazionale alle persone della Trinità che si rivelano a
lei ed agiscono in lei. San Luigi Maria di Montfort (+1716) definisce
Maria mediante la categoria della relazione e afferma che Maria è «tutta
relativa a Dio,
che non esiste se non in relazione a Dio» (Trattato della vera devozione
a Maria, n. 225), ossia la relazionalità costituisce il suo essere. Maria
non è solo relazionale a Dio Trinità, ma è solidale con il popolo di Dio fino
a svolgere il ruolo di collaboratrice di Dio nella salvezza dell’uomo.
L’intuizione perspicace di Ireneo (+ ca 200) scorge nel consenso di Maria una
portata salvifica universale in quanto «obbedendo divenne causa di salvezza per
sé e per tutto il genere umano» (Contro
le eresie, III, 22,4). All’uomo post-moderno,
consumista e dal pensiero debole, che vale quanto produce,
Maria ricorda il primato dell’essere sull’agire e l’impegno a
riconoscere la diversità in quanto tale, del bambino, della donna, ma anche
della religione, della lingua, della cultura. La Vergine si presenta come la
vera icona dell’essere umano secondo il piano di Dio: un essere dall’io
interiore profondo e responsabile ed insieme come radicale relazionalità.
Questi pensieri e tanti altri hanno echeggiato nelle sale del seminario
di Patti o del santuario di Tindari in un clima d’internazionalità e di
sentito ecumenismo. È auspicabile – come si è augurato mons. Giovanni
Orlando nella prolusione – che questo colloquio
costituisca «una tappa significativa di approfondimento e di rinnovamento del
culto di Maria e un contributo alla causa dell’unità dei cristiani». Stefano
De Fiores
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