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XV Colloquio internazionale di mariologia

Maria e la cultura del nostro tempo

    Con piena soddisfazione degli organizzatori, a cominciare dal vescovo Ignazio Zambito e dal suo strettissimo collaboratore e vicario generale mons. Giovanni Orlando, e dei numerosi partecipanti, si è svolto a Patti e a Tindari nel Santuario della Madre di Dio dal 16 al 18 aprile 2004 il XV Colloquio internazionale di mariologia.

     L’argomento scelto in accordo con l’Associazione Mariologica Interdisciplinare Italiana (Ami) è risultato di piena attualità poiché ha messo sul tappeto il tema difficile ma necessario della relazione di Maria con la cultura del nostro tempo.

     L’occasione era offerta dal 30° anniversario dalla Marialis cultus, documento di eccezionale importanza per l’impostazione e il rinnovamento del culto verso Maria, che si muove tra due sponde: la liturgia da valorizzare per conferire dignità ed efficacia salvifica a tale culto e la cultura contemporanea, cioè il modo organico di vivere dell’uomo e della donna oggi.

      Non si tratta di un optional, ossia di un compito non necessario né urgente, perché come avverte Giovanni Paolo II: «una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» (Ai Partecipanti al Congresso nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale, 16.1.1982). Ciò significa che se non si mostra che Maria risponde alle attese del nostro tempo  e concorre a risolvere i gravi problemi attuali, la sua figura perde significato ed importanza e quindi entra in crisi.

      La Marialis cultus prende le distanze da una presentazione di Maria come donna passiva e remissiva, tutto al contrario del vangelo che vede in lei una donna attiva e responsabile che decide sull’evento più importante della storia, cioè l’incarnazione del Verbo. La Madre di Gesù deve splendere nel nostro tempo «quale nuova donna e perfetta cristiana che riassume in sé le situazioni più caratteristiche della vita femminile perché Vergine, Sposa, Madre, […] tipo eminente della condizione femminile e modello chiarissimo di vita evangelica» (MC 35).

            La figura di Maria, che tutte le generazioni devono proclamare beata (Lc 1,48), aiuta i nostri contemporanei a ricuperare la vera nozione della persona, che è la sintesi di libertà e di relazionalità.  Possiamo dire con un  esimio rappresentante della mariologia del Novecento, Heinrich Köster (+ 1993), che nella risposta responsabile di Maria all’angelo «la data di nascita della personalità cristiana».

Infatti, sconfessando gli ingiusti pregiudizi della cultura mediterranea, sia semitica che ellenistica, che ritenevano la donna incapace di decidere nelle grandi questioni, Dio chiede la libera decisione di Maria prima di procedere a «quell’”opera dei secoli”, come è stata giustamente chiamata l’incarnazione del Verbo» (MC 37). La pagina aurea dell’annuncio a Maria evidenzia il pieno coinvolgimento di lei al mistero della salvezza . Tutto il lavorio interiore di Maria termina con il dono incondizionato di sé al Dio altissimo, come «serva del Signore» che si mette a sua disposizione (Lc 1,38).

      Maria è la prima persona cristiana della storia perché essenzialmente relazionale alle persone della Trinità che si rivelano a  lei ed agiscono in lei. San Luigi Maria di Montfort (+1716) definisce Maria mediante la categoria della relazione e afferma che Maria è «tutta relativa a Dio, che non esiste se non in relazione a Dio» (Trattato della vera devozione a Maria, n. 225), ossia la relazionalità costituisce il suo essere. Maria non è solo relazionale a Dio Trinità, ma è solidale con il popolo di Dio fino a svolgere il ruolo di collaboratrice di Dio nella salvezza dell’uomo. L’intuizione perspicace di Ireneo (+ ca 200) scorge nel consenso di Maria una portata salvifica universale in quanto «obbedendo divenne causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano» (Contro le eresie, III, 22,4).

      All’uomo post-moderno, consumista e dal pensiero debole, che vale quanto produce,  Maria ricorda il primato dell’essere sull’agire e l’impegno a riconoscere la diversità in quanto tale, del bambino, della donna, ma anche della religione, della lingua, della cultura. La Vergine si presenta come la vera icona dell’essere umano secondo il piano di Dio: un essere dall’io interiore profondo e responsabile ed insieme come radicale relazionalità.

            Questi pensieri e tanti altri hanno echeggiato nelle sale del seminario di Patti o del santuario di Tindari in un clima d’internazionalità e di sentito ecumenismo. È auspicabile – come si è augurato mons. Giovanni Orlando nella prolusione – che questo colloquio costituisca «una tappa significativa di approfondimento e di rinnovamento del culto di Maria e un contributo alla causa dell’unità dei cristiani».

Stefano De Fiores