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Catechesi Biblica
IL VANGELO DI MATTEO Iii
Nei numeri
precedenti di questo periodico, quest'anno, abbiamo presentato i problemi e il
quadro generale del Vangelo di Matteo, lasciandone fuori i primi due capitoli,
che trattano della nascita e dei primi avvenimenti dell'infanzia di Gesù.
Ne parliamo in questo numero, perché presumiamo che esso debba uscire
nel tempo di Natale. 1.
Due osservazioni preliminari I.
L'origine .
I due primi capitoli del vangelo di Matteo hanno certamente una origine
diversa dal resto del vangelo.
Il loro contenuto, cioè, deriva da fonti
diverse da quelle che hanno fornito all'evangelista il materiale raccolto
nel resto del suo libro (NB. Già sappiamo che le fonti principali del
vangelo di Matteo sono: il vangelo di Marco e la fonte
dei lòghia , ovvero la fonte Q
). Tuttavia, la compilazione
o stesura dei due capitoli, così come noi li leggiamo, è dovuta certamente
alla stessa mano che ha steso il resto del vangelo.
Ciò risulta con chiarezza dall'uniformità dello stile e del
vocabolario, presente nell'intero vangelo, nonché dalla piena coerenza
teologica delle due sezioni del libro. Si
deve anzi dire che i due primi capitoli sono parte
integrante del vangelo di Matteo
e non sono stati appiccicati ad esso in un secondo tempo.
Sembra inoltre assai probabile che il materiale narrativo dei due
capitoli l'evangelista Matteo lo abbia raccolto già formulato in racconti
(orali o scritti) e che egli li abbia integrati nella sua visione teologica
della persona di Gesù e della sua opera, con l'aggiunta delle cinque citazioni
(la quinta è però meglio definirla una quasi
citazione ) dell'Antico Testamento. II.
La storicità .
Non diversamente dall'insieme dei quattro vangeli, i primi due capitoli
di Matteo si propongono di presentarci l'annunzio
della salvezza, che è racchiuso nella persona di Gesù Cristo, cioè nella
sua esistenza concreta, che include vita, insegnamento, morte e risurrezione.
Ai quali elementi i nostri capitoli aggiungono la nascita e la prima
infanzia dello stesso Gesù. Per
tutti i quattro vangeli vale infatti ciò che leggiamo nella prima conclusione
del quarto vangelo: "Molti altri segni fece Gesù..., ma
(qui) non sono stati scritti.
Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il
Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome " (Gv
20,20-21). Ciò vuol dire che i
nostri due capitoli non appartengono al genere letterario della biografia storica , né sono da assumere, prima di tutto, come documenti
storici , in tutti i loro dettagli. Tuttavia
l'attuale ricerca esegetica è ben lontana dal mettere in dubbio la piena attendibilità storica di
tutti quei fatti, senza i quali, Gesù stesso e il suo vangelo diventerebbero
prodotti di mera invenzione letteraria. Tra gli elementi sicuramente
storici dei nostri due capitoli,
elenchiamo, senza esaurirli: a) l'esistenza delle persone di Giuseppe e di Maria
e il loro matrimonio; b) la concezione verginale di Gesù; c) la sua nascita a
Betlemme, al tempo di Erode il grande; d) la sua crescita a Nazaret.
Ugualmente storica sembra potersi ritenere la ascendenza davidica di
Giuseppe, su cui si fonda il titolo cristologico di figlio
di David dato a Gesù.
Ed è da notare che, su tutti questi elementi, c'è piena concordanza
tra i vangeli dell'infanzia di Matteo e di Luca, che sicuramente sono
stati composti in assoluta reciproca indipendenza.
Quale rapporto abbiano con la storia
gli altri elementi racchiusi nei nostri due capitoli, è molto difficile
precisarlo ed esso varia certamente per ognuno di essi.
Né si può escludere che alcuni di tali elementi possano essere stati
elaborati, con maggiore o minore libertà, dalla pietà popolare e, forse,
dall'evangelista stesso. 2.
Il contenuto L'elemento
che, più di ogni altro, ci aiuta a dare una struttura articolata ai due primi
capitoli del vangelo di Matteo sono le cinque
citazioni bibliche (l'ultima delle quali un po' vaga e non sicuramente
identificabile) che qui sono presenti. Esse
sembrano rappresentare il filo rosso, che l'evangelista ha steso tra un episodio
e l'altro, per rivelarci il senso
teologico di tutto il vangelo dell'infanzia.
- essendo
collegato a Giuseppe, il cui albero genealogico risale
a David e ad Abramo, Gesù viene presentato già come colui che darà compimento
alle promesse originarie del primo patriarca ("fonte di benedizione per
tutte le genti": Gn 12,3), nonché come il Messia, in base alle promesse
fatte al re David (2 Sm 7,12-16), così da meritare il titolo che lo
dichiarerà figlio di David ; - essendo
concepito, nel seno di Maria vergine, non per opera dello stesso Giuseppe, ma
"per opera dello Spirito Santo", cioè in maniera assolutamente unica
e per un'azione creatrice di Dio, Gesù appare prodigiosamente legato a Dio, così
da realizzare in modo straordinario il titolo di Emmanuele (che significa
Dio con noi ), dato al Messia nel
libro di Isaia; - ricevendo
il nome Gesù, su esplicita
indicazione angelica (1,21-25), quel
bambino viene già preconizzato come colui che "salverà il suo popolo dai
suoi peccati" (1,21), in base a una etimologia popolare, che collegava il
nome ebraico Yehoshua' al
verbo yasha'
(= salvare ) e al sostantivo yeshu'a
(= salvezza ), piuttosto che,
più correttamente, al verbo shawa' (che
significa aiutare ). NB.
In questa prima unità del vangelo dell'infanzia, sembra che
l'evangelista abbia pure voluto rispondere a quei Giudei che rifiutavano di
credere in Gesù, a motivo dell'oscurità della sua origine familiare e, forse,
perfino di certi dubbi sulla sua legittimità.
b) La seconda citazione biblica si trova in 2,6, cioè al centro
dell'episodio dei Magi venuti da oriente, alla ricerca dell'appena nato
re dei Giudei . Essa è messa
come risposta dei sommi sacerdoti e degli scribi del popolo, data al re Erode,
che chiedeva loro dove, secondo loro, doveva nascere il Messia (2,4): "E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo
capoluogo di Giuda, da te nascerà infatti un capo che pascerà il mio popolo
Israele ". La citazione
salda strettamente tra loro, con la libertà di chi li rilegge per applicarli a nuovi fatti, un testo preso dal profeta
Michea (5,1) e un altro, più breve, da 2 Samuele (5,2).
Lo scopo teologico di questa citazione, fatta con accurata elaborazione,
è di affermare ciò che segue: - che a Gesù
non può esser negata la dignità messianica con il pretesto della sua
provenienza dalla oscura Nazaret e dalla Galilea;
conosciamo infatti questo pretesto di incredulità dal quarto vangelo,
che ci riferisce le parole di Natanaele ("Da Nazaret può mai venire
qualcosa di buono?": Gv 1,46) e quelle sprezzanti di alcuni Farisei rivolte
a Nicodemo ("Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea": Gv
7,52); la nascita di Gesù a Betlemme conferma solennemente la sua ascendenza
davidica e la sua dignità messianica; - che i
sacerdoti e i dottori della legge, i quali avevano rifiutato Gesù e il suo
vangelo, portavano intera la colpa del loro rifiuto, dato che non avevano
esplorato i testi delle Scritture che parlavano di lui. NB.
A questi messaggi, legati alla citazione biblica, il racconto della
venuta dei Magi ne aggiungeva un
altro, che cioè Gesù è l'atteso
di tutte le genti e che molti, provenienti dai pagani, prenderanno il posto dei
Giudei che lo rifiuteranno. c)
La terza citazione biblica anticipa la conclusione del racconto d)
La quarta citazione, che conclude il breve racconto della strage degli
innocenti, deriva da Geremia 31,15. Questo
testo appartiene al così detto Libro
della consolazione di Geremia (cc.
30-31) e sembra riferirsi alla distruzione e deportazione del regno del nord ad
opera degli Assiri, nel 722 a. C.. L'evocazione
del pianto di Rachele per i suoi figli (le tribù di Efraim e Manasse,
e) L'ultima unità del
vangelo dell'infanzia di Matteo si conclude con questa frase: "(Ritornato
dall'Egitto, Gesù) andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si
adempisse ciò che era stato detto dai profeti: sarà chiamato Nazareno". Le
parole da noi messe in corsivo sono presentate come una citazione profetica, non
diversamente dalle quattro che precedono. A
loro riguardo, c'è da dire che, in questo contesto, la parola Nazareno
(che qui, in greco, suona Nazoràios
) è certamente equivalente a Nazaretano, cioè oriundo da Nazaret.
Ma, poiché per i contemporanei di Gesù tale appellativo aveva un senso
spregiativo (data la totale
insignificanza storico-religiosa di Nazaret, detta anche Nazorà
), possiamo pensare che l'evangelista lo abbia voluto nobilitare, accostandolo
al vocabolo ebraico nèzer, che
significa pollone (vedi
Is 11,1: "Spunterà un virgulto dalla radice di Iesse e un pollone
dalla sua radice germoglierà");
è ugualmente probabile che Matteo abbia pensato al vocabolo ebraico nazìr,
che significa consacrato
(vedi Gdc 13,5.7, dove l'eroe-salvatore Sansone è preannunziato come nazìr,
cioè consacrato ).
Con questi riferimenti ai testi biblici citati, ai quali altri se ne
possono affiancare, viene giustificata l'affermazione dell'evangelista, che
attribuisce genericamente ai profeti
un preannunzio di Gesù come Nazareno
(in greco: nazoràios ).
Viene così confermato il messaggio che Gesù, anche nell'appellativo
datogli per disprezzo, conferma la sua identità messianica. Sottolineando
i messaggi religiosi, che l'evangelista Matteo ha voluto legare a cinque
citazioni bibliche, crediamo di aver aiutato i lettori di questo periodico a
leggere e utilizzare nella maniera migliore i primi due capitoli del primo
vangelo. Don Alfonso Sidoti |